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Regno Hascemita di Giordania

 Jordan flag map

camera

 

Link alla gallery fotografica

 

"Seguitemi, conosco la strada!"

E' con queste parole che si conclude il terzo capitolo della saga di "Indiana Jones".

Il curatore Marcus Brody, amico del Dott. Jones, noto per la sua totale incapacità di orientarsi, persino nel suo museo, dopo esser stato a Petra viene colto da illuminazione e al grido di quelle parole sprona il suo cavallo dentro al Siq (gola) che porta fuori dal sito archeologico.

"Indiana Jones e l'ultima crociata" ambienta la parte più avvincente del film proprio nel sito archeologico di Petra in Giordania che nel 6 dicembre 1985 diventa patrimonio dell'umanità dell'UNESCO e nel 2007 viene dichiarato una delle sette meraviglie del mondo moderno.

Ma la Giordania non è solo Petra, anche se questo sito archeologico è sicuramente uno dei più belli ed importanti al mondo. La Giordania è anche il colorato deserto del Wadi Rum, i castelli dell'epoca delle crociate e di Salah al-Din (il Saladino), Jerash, Amman, la biosfera di Dana, il Mar Morto e tante altre cose.

E' da settembre 2013 che ho il desiderio di visitare questo bellissimo Stato monarchico, praticamente da quando sono tornato dal Marocco. Quale occasione migliore del lunghissimo ponte di fine Aprile? In un sol colpo prendo dentro sia le vacanze di Pasqua che del 25 Aprile.

La decisione è dunque presa, chiedo ferie al lavoro e vado immediatamente sul sito di Viaggi Avventure Nel Mondo per vedere cosa parte per la Giordania in questo periodo. Mi piacerebbe nuovamente la formula Discovery con la quale tanto bene mi ero trovato in Marocco. Con stupore vedo che un gruppo Discovery da 19 persone è già chiuso e ne ha appena aperto un secondo. Mi iscrivo subito, sono il secondo, ma già la sera siamo in 5. Tempo due, massimo tre giorni e anche il secondo gruppo chiude. Insieme ai due gruppi discovery (uno da 19 persone, e il nostro da 20) partono un Giordania Breve e un Giordania Wadi.

Praticamente la Giordania sarà investita ancora una volta, dopo quasi mille anni dall'ultima crociata, da un'orda di occidentali.

Poco importa, il desiderio di partire è troppo grande per badare a queste sciocchezze.

Detto fatto, dopo poco più di un mese dalla prenotazione, si parte: preparo la valigia, controllo del passaporto e dei documenti necessari, decido che attrezzatura fotografica portare e via, destinazione Milano Malpensa.

Parto da casa con la pioggia, è una giornata fredda a Bolzano, arrivo in aeroporto che sta ancora piovendo, unico tratto di strada asciutta è la superstrada Affi-Peschiera.

L'itinerario che seguiremo è grosso modo quello descritto nel sito di Viaggi Avventure Nel Mondo ma noi apporteremo qualche modifica:

  • Arrivo ad Amman
  • Sito archeologicho di Jerash
  • Castello di Ajlun
  • Madaba
  • Castello di Kerak
  • Biosfera di Dana
  • Castello di Shobak
  • Deserto del Wadi Rum
  • Piccola Petra
  • Petra
  • Siq Trail nel Wadi Mujib
  • Mar Morto
  • Monte Nebo
  • Ritorno a Madaba e ripartenza verso l'Italia da Amman
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Sabato 19 Aprile 2014,

l'incontro è come di consueto (per me che sono di Bolzano) al Terminal 1 di Malpensa, area gruppi. Me la prendo comoda e arrivo a destinazione con circa un'ora di anticipo (sai mai). La prima persona che incontro è Alice di Varese, subito dopo ecco il coordinatore Mirko insieme agli altri due genovesi: Riccardo e Cecilia. Alla spicciolata arrivano Tania, Isabella, Francesca, Andrea, Elisa e Daniele. Il volo è destinato a Il Cairo dove si farà scalo, incontreremo i ragazzi provenienti da Fiumicino e insieme atterreremo ad Amman dove ci aspetta Elisabetta che è partita dalla Germania.

Purtroppo però non ci sono buone notizie. L'aereo della compagnia Egyptair che ci dovrebbe portare a Il Cairo è guasto e quindi ne dobbiamo aspettare un secondo che proprio da Il Cairo sta partendo per noi.

Questo porta un delay del volo di circa 4 ore. Avvisiamo i ragazzi che sono partiti da Roma. Al gate ci dicono però che insieme a noi, anche tutti gli altri gruppi di Avventure Nel Mondo sono a terra e anche un gruppo Francorosso.

La cosa buona è che la coincidenza per Amman ci attenderà con tanto di transfer dei bagagli. Come risarcimento ci viene offerta una cena presso un ristorante del Terminal. La cena fa schifo ma, piuttosto che un calcio dove non batte il sole, accettiamo di buon grado. Con un ritardo mostruoso partiamo che è già sera inoltrata e ci attendono circa 4 ore di volo. Questo ritardo ci porterà a non dormire ad Amman ma partiremo subito per Jerash dopo aver recuperato Elisabetta: unica che potrà dormire la prima notte.

Arriviamo a Il Cairo e di corsa ci trasferiscono sul volo per Amman dove vediamo alcuni ragazzi di Roma viaggiare in Business Class a causa di overbooking. La partenza quindi non è delle migliori.

Solo ad Amman conosciamo il resto del plotone: Chiara, Marzia, Dario, Igor, Flavia, Giulia, Francesco ed Emanuela.


L'alba dei morti viventi

E' l'alba all'Aeroporto Internazionale Queen Alia. Persino l'omino che doveva portarci ad Amman è scomparso, lo rintracciamo grazie a Mirko (il coordinatore) e ci facciamo finalmente venire a prendere.

Siamo devastati dal sonno quando finalmente arriviamo ad Amman; chi vorrebbe un letto, chi come il sottoscritto un fucile, chi una doccia. Tutti i nostri desideri vengono vanificati da una prima colazione giordana verace a base di Humus, Felafel e intingoli vari a base di verdure.

Mangiamo praticamente solo perchè dobbiamo ma abbiamo tutti un folle bisogno di dormire e.... di un bagno.

Bagno che useremo a turno allo Shepherd Hotel di Amman dove purtroppo, a causa del ritardo del volo, non abbiamo potuto dormire. Ma grazie ad Elisabetta (unica ospite dell'albergo del nostro gruppo) abbiamo potuto usufruire della toilette.

La hall dello Shepherd si trasforma presto in un campo profughi, dobbiamo tutti cambiarci e nessuno si fa molti problemi. Tolti gli abiti civili (che rivedremo solo il giorno del rientro), ci vestiamo leggeri per la giornata che ci attende.

Il transfer in pullman fino a Jerash è particolarmente silenzioso. Solitamente il primo transfer è caciara pura: i primi scambi di parole con i nuovi compagni di viaggio, le presentazioni, l'esperienza del volo, chi ha già viaggiato con Avventure? Dove si è viaggiato? Ecc...

Questa volta non è così, siamo tutti talmente stanchi che non appena ci sediamo sui confortevoli sedili ci addormentiamo. Anche io riesco ad addormentarmi seduto, vuol dire che sono davvero stanco. Se c'è una cosa che praticamente non riesco a fare è addormentarmi seduto. Il sonno è breve e tormentato a causa dalla guida "sportiva" dell'autista. Mi sveglio che sono ancora più cadavere di quando mi ero addormentato e vedo che ormai siamo a Jerash.

Era da più di tre anni che non pioveva in Giordania, ma per tutto il 2014 si sono verificati inattesi rovesci in tutto lo Stato, tanto che, diversamente da quello che mi aspettavo, il paesaggio è molto verde.

Scendiamo dal pullman e il caldo si fa subito sentire, il cielo è praticamente bianco, coperto da nubi molto molto alte. Di quando in quando cade anche qualche goccia d'acqua misto sabbia. Per fortuna la 5D Mark III non si arrende davanti a due gocce d'acqua.

Ci avviciniamo al sito archeologico e da quello che avevo letto nella Lonely Planet mi aspettavo qualcosa simile a Segesta. Con grande piacere e sorpresa mi trovo dentro un sito archeologico molto più grande e molto ben conservato. Oltre al famoso Arco di Adriano (davvero imponente), visitiamo le terme, il foro ovale, il tetrapylon, due anfiteatri bellissimi, il ninfeo, il tempio di Giove e quello di Atene. Le nuvole nel frattempo si diradano e lasciano spazio ad un sole cocente. Mi immagino cosa possa essere visitare questi luoghi in estate.

A causa della marea di turisti italiani che hanno invaso la Giordania, purtroppo, ci viene assegnata una guida che non sa l'italiano in quanto tutte le guide italiane erano già state prenotate. Il nostro, parla stentatamente in inglese e articola un discreto spagnolo.

Scopriremo poi che ha studiato in Spagna e che la "guida" non è proprio il suo mestiere principale. A mio avviso comunque è stato disponibile, durante il viaggio sono riuscito a parlarci da solo in alcune brevi pause relax (internet) negli alberghi e l'ho trovato anche simpatico. E' stato soprannominato "Grande Puffo" dal gruppo in quanto il primo giorno indossava una bella polo blu-puffo (per l'appunto).

Il tempo della visita al sito archeologico trascorre velocemente mentre la stanchezza si fa sempre più strada nelle nostre membra.

Prima di recarci ancora più a nord, verso il castello di Ajlun ci fermiamo a mangiare per strada, mangerò un sandwich di Felafel davvero ottimo e un kebab senza infamia e senza lode.

E' già pomeriggio inoltrato quando arriviamo al castello di Ajlun, un esempio di architettura militare araba. Nel 1184 l'emiro Izz al-Din Usama fece erigere questo baluardo a protezione dell'itinerario stradale che univa Damasco all'Egitto.

La fortezza venne in gran parte distrutta durante un'incursione mongola nel 1260 per poi essere ricostruita dal sultano mamelucco Baybars.


Orrore al Pilgrim's House

Dopo due giorni di veglia di cui uno trascorso visitando Jerash e il castello di Ajlun finalmente arriviamo al Pilgrim's House Hotel di Madaba. E' davvero una "Casa del Pellegrino" in quanto gestito in toto dalla chiesa di Saint George che è situata dall'altra parte del cortile.

Prendiamo velocemente posto nelle stanze, a me è toccata una tripla (con ben 5 letti singoli) e i miei compagni di stanza saranno il simpaticissimo anconetano Andrea e il milanese Daniele, compagno di fotografia insieme a tanti altri del gruppo. Daniele si dimostrerà di una simpatia travolgente soprattutto verso la fine del viaggio quando ormai le barriere di circostanza saranno brutalmente abbattute.

Una doccia finalmente, poi cena e tuffo nel letto.

E' proprio qui che si consuma l'orrore. Le docce non funzionano. In verità funziona solo l'acqua calda, bollente, ustionante. L'acqua fredda non scorre per tutta un'ala dell'albergo. Chiamiamo la reception e chiediamo che venga sistemata la cosa. Ma dopo un tentativo inutile di un idraulico (sarà stato veramente un idraulico? Io ne dubito) la ragazza della reception ci aprirà delle altre stanze dove poter fare una doccia.

Nel frattempo era trascorsa più di un'ora ed eravamo in ritardo per la cena.

Ceniamo in un ristorantino poco distante dall'Hotel. Piatti di Humus, Felafel, intingoli a base di verdure e grigliata mista di carne tutto sommato non male; forse anche perchè avevamo una fame del demonio e ci saremmo mangiati anche un barattolo di viti condite con del grasso da ingranaggi.

Sopresa della serata, riusciamo a berci una sana birretta alcoolica e questo già mi rimette in pace col mondo.

Subito dopo cena me ne vado in camera, sono troppo stanco. Alcuni di noi faranno un giretto per Madaba e scopriranno un locale carino, gestito da un italiano. Lì avrà luogo la nostra ultima cena il giorno del rientro.

Appena mi appoggio sul cuscino cado in un sonno senza sogni, profondo e silenzioso. Non è da me che di solito ricordo ogni notte i sogni che faccio.

La sveglia è un treno che ti travolge, un pugno nello stomaco, un trapano nel cervello; ma è tempo di alzarsi, si parte in direzione del Siq per un trail tra le gole del Wadi Mujib, dopo essere passati per il Monte Nebo.

Prima di partire facciamo colazione e visitiamo la chiesa di Saint George, basilica ortodossa famosa per il suo mosaico del 6° secolo raffigurante la mappa di Gerusalemme.


Il castello dei crociati

Finalmente ci dirigiamo verso il Mar Morto, per fermarci all'inizio del Siq del Wadi Mujib e fare il percorso trekk che tutti ci han detto essere divertentissimo.

Peccato però che la nostra guida, il "Grande Puffo", non avesse capito la destinazione dicendo all'autista di procedere verso Kerak. Panico generale, disappunto da parte di tutti, già ci eravamo messi il costume da bagno per affrontare il terkk tra le castate del Wadi Mujib.

Nulla da fare, ormai siamo andati troppo avanti e tornare indietro sarebbe solo una inutile perdita di tempo. Decidiamo quindi di fare il Siq l'utlimo giorno e proseguiamo verso Kerak.

Al-Karak, detta anche Kerak, è una cittadina famosa per il suo castello crociato costruito nel dodicesimo secolo.

Il castello di Kerak era baluardo delle vie commerciali che da Damasco finivano in Egitto o a La Mecca. Salah al-Din tentò di conquistarlo nel 1170 senza successo. Nel 1176 cadde nelle mani di Rinaldo di Chatillon che però lo utilizzò per attaccare le carovane commerciali compromettendo la pace dei musulmani col regno di Gerusalemme. Nel 1183 Salah al-Din mise sotto assedio il castello ma fu bloccato dall'intervendo delle truppe di re Baldovino IV. Scene queste che si possono vedere nel film "Le Crociate".


La Riserva Biosfera di Dana

Dana è l'unica riserva giordana che comprende contemporaneamente le quattro aree bio geografiche di tutto il Paese. Piante provenienti da Europa, Asia e Africa danno vita a questa valle dove si possono trovare anche specie animali in via di estinzione come il gatto del deserto, il lupo siriano, il grillo e la lucertola dalla coda spinosa.

Il governo giordano sta pian piano espropriando tutti i terreni agli abitanti della valle in modo da poter meglio conservare questo patrimonio naturale. Inoltre quella che era la vecchia cittadina di Dana si sta trasformando in un centro turistico. Noi abbiamo alloggiato in una delle stanze del Dana Hotel. Eravamo in venti di cui 8 ragazzi e 12 ragazze. Ci hanno assegnato degli stanzoni da 6 persone, alcuni hanno dormito nelle tende sopra i terrazzi.

La sistemazione non è ovviamente delle migliori, ma ci si adatta in perfetto stile "Avventure Nel Mondo".

Il fatto di aver saltato il Siq ci ha dato modo di fare il trekk nella riserva un giorno prima del previsto, e di godere del tramonto nella riserva.

Il trekk è stato per lo più una passeggiata nel verde della biosfera, osservando i fiori selvatici e le caprette che pascolano sotto la stretta sorveglianza dei beduini. Quest'anno avranno un latte particolarmente ricco e aromatico a causa delle piogge impreviste e la conseguente abbondanza di erba da brucare.

Dalla cittadina di Dana scendiamo quindi per la vallata e ci fermiamo su una conformazione rocciosa che funge da terrazza a strapiombo sul resto della valle. Foto di rito, qualche urlo in fondo valle per sentire l'eco che ci risponde e arrivamo a metà gita dove la guida ci prepara un Tè.

Le mie gambe sono martoriate da graffi dei rovi sparsi ovunque, ma purtroppo è solo l'inizio del martirio che le ridurrà ad un colabrodo durante tutto l'arco della vacanza.

Dopo aver bevuto il Tè risaliamo verso la cittadina di Dana e quando ormai stiamo per arrivare ci accomodiamo sotto un albero e ci godiamo il bellissimo tramonto.

La temperatura scende sensibilmente col calar del sole ed in pochi minuti ci troviamo dal caldo secco del pomeriggio al freddo pungente della sera.

Ci facciamo rapidamente una doccia e ci rechiamo al buffet. Qui incontriamo altri gruppi di Avventure nel Mondo e fraternizziamo sentendo la musica dei beduini, ballando il limbo e fumando il Narghilè. Il nostro è artigianalissimo ed è quello personale della nostra guida. Andiamo a letto molto presto perchè l'indomani ci aspetta un lungo tragitto che ci porterà prima a Shobak e poi nel Wadi Rum.


Il castello di Montreal

Shobak altro non è che il nome arabo di Montreal, originariamente Mons Regalis proprio per onorare l'interessamento diretto del sovrano nella sua costruzione.

E' l'ultimo dei castelli che visiteremo. Fu edificato da re Baldovino I di Gerusalemme su una collina affacciata sulle rotte dei pellegrini e delle carovane che si spostavano dalla Siria verso l'Arabia. Questo permetteva a re Baldovino di controllare i commerci di tutta la regione in quanto commercianti e pellegrini erano tenuti a chiedere una speciale autorizzazione per attraversare quel tratto di terra.

Inoltre intorno al castello i terreni erano relativamente fertili e all'interno del castello stesso vi erano collocate due cisterne che erano scavate direttamente nella collina ed erano raggiungibili direttamente tramite delle scalinate impervie che conducevano alle sorgenti che sgorgavano all'interno dell'altura stessa.

A fine tour ci siamo addentrati giù per il ripido tunnel a gradini cercando di raggiungere la fonte sotterranea. Il tunnel è molto scosceso, i gradini a volte sono appena accennati e ricoperti da un sottile strato di sabbia e polvere. Siamo arrivati quasi fino in fondo utilizzando le nostre torce ma poi il percorso diventava troppo ripido, scivoloso e pericoloso. Abbiamo deciso quindi di abbandonare visto che due giorni prima della nostra visita, un turista, proprio lungo quella scalinata, si era rotto una gamba ed era stato portato via in elicottero.

Sempre questo castello ha un passaggio segreto che finisce ai piedi dell'altura. Volevamo percorrerlo ma purtroppo è stato chiuso da qualche tempo perchè pericolante. Dopo la visita al castello ci fermiamo a mangiare un panino al baretto che si trova poco distante dal castello. La persona che sta dietro al banco è un anziano beduino di una gentilezza incredibile che ci prepara dei panini improvvisati con verdure, olio e spezie. Devo dire che il popolo giordano si è mostrato molto disponibile nei nostri confronti, dimostrando una cortesia invidiabile.

Dopo aver divorato il panino risaliamo sul pullman, direzione: deserto del Wadi Rum.


La valle della Luna

Il viaggio verso sud trascorre tranquillo, c'è chi dorme, chi ascolta musica, chi riguarda le foto, chi chiacchiera.

E' forse una delle trasferte più lunghe.

Il paesaggio fuori dal finestrino cambia placidamente, scendiamo di quota e la strada che prima si svolgeva tortuosa sull'altopiano si trasforma in lunghi e monotoni rettilinei. Quella poca terra coltivata ai bordi della strada lascia il posto a rocce, polvere e sabbia. Il grigio delle gole misto al giallo chiaro del terreno muta nel giallo carico della sabbia del deserto e gli spazi diventano sempre più grandi e aperti. Anche il colore del cielo si diversifica da un azzurrino appena accennato ad un blu profondo. Le conformazioni rocciose si verticalizzano e diventano imponenti isole rossastre in un mare di sabbia gialla e ocra. Siamo ai cancelli del Wadi Rum.

Citando Wikipedia: geograficamente situato nel sud della Giordania è una vallata scavata nei millenni dallo scorrere di un fiume nel suolo sabbioso e di roccia granitica. Ha ospitato insediamenti umani sin dalla preistoria. A testimonianza di ciò si trovano delle incisioni rupestri chiamate petroglifi che vedremo spostandoci più tardi con delle Jeep.

Mentre guardo il paesaggio scorrere attraverso il finsetrone del pullman ascolto musica tramite il mio iPhone, Spotify mi propone Marc Cohn con l'omonimo album. Sono le note di "Walking in Memphis" prima e "Ghost Train" poi, aiutate dal panorama spettacolare offerto dal Wadi Rum, che proiettano i miei pensieri lontano anni luce dal tran tran quotidiano. Lontano da casa, con persone nuove e interessanti vicino a me, nuovi stimoli. Vorrei non arrivare mai a destinazione ma dopo nemmeno un'ora sono costretto a tornare coi piedi sulla terra. Tutto sommato non lo faccio mal volentieri visto che quello che mi aspetta rimarrà a lungo impresso nella mia mente.

Lasciamo il bagaglio principale al campo base e con noi portiamo solo uno zaino che ci accompagnerà per un paio di giorni.

Nello zainetto ci sta tutta l'attrezzatura fotografica, un cambio di intimo, calzini di ricambio, asciugamano in microfibra, il minimo indispensabile per l'igiene personale e ovviamente il sacco a pelo.

La mia attrezzatura si compone di: Canon EOS 5D Mark III, Canon EF 24-105mm f/4 L IS USM, Sigma 12-24mm f/4.5-5.6 DG HSM II, Canon EF 100-400mm f/4.5-5.6 L IS USM, Canon EF 40mm f/2.8 STM e il cavalletto Manfrotto. Sono coperto in tutte le focali e per la prima volta faccio uso intenso del pompone (100-400) rivalutandolo tantissimo dal punto di vista della qualità restituita, a discapito però di un peso certamente non contenuto.

Saliamo a gruppi di sei persone nei cassoni di alcuni Pick-up Toyota coperti da un tendalino. Il caldo si fa meno soffocante grazie al vento secco che ci accarezza, ogni tanto respiriamo un pò di sabbia ma non ci importa, il Wadi Rum ci apre le porte e ci svela i suoi segreti. Vediamo di seguito: quello che rimane della residenza di Lawrence D'Arabia, i petroglifi degli antichi Nabatei, ci fermiamo a scalare una duna di sabbia rossa come i mattoni, facciamo un sacco di foto e alcuni di noi si godono il piacevole contatto dei piedi nudi con la sabbia fresca all'ombra della duna stessa; per ultimo vediamo un arco di roccia su cui si può salire e si scattano le foto di rito. Ci dirigiamo infine al nostro campo tendato dove dormiremo. Il sole scende velocemente e arriviamo al campo giusto in tempo per vederlo tramontare. Saliamo su delle rocce che ci forniscono un punto elevato, una tribuna sullo spettacolo che sta per accadere. Ricordavo il cielo marocchino di Erg Chebbi incendiarsi e tingere tutto il paesaggio con il colore dell'oro. Qui è molto diverso, il cielo rimane azzurro sopra le nostre teste e cambia colore man mano che lo sguardo si sposta verso l'orizzonte dove un sole non più caldo sta per nascondersi dietro le montagne del Wadi Rum. Un continuo cambio di colore che passa dall'azzurro, al rosa, all'arancio e al giallo intenso del disco solare. Mentre il sole cala, le temperature scendono velocemente e siamo costretti ad indossare la giacca a vento o il pile. Le montagne in lontananza danno un senso di tridimensionalità incredibile, mi volto e sembra di essere a teatro dove tutti guardano uno spettacolo che non credo dimenticheranno facilmente.

E' tempo di mangiare qualcosa e lo facciamo seduti a terra nelle tende beduine. Subito dopo cena vado nella mia tenda e prendo il cavalletto per fare qualche foto alle stelle.

La volta celeste che ci sovrasta è maestosa grazie alla totale mancanza di luna nel cielo.

Igor (ragazzo romano di professione: fisico) si prodiga a spiegare a noi poveri umani alcuni concetti interessanti quali il "declassamento dei pianeti" e altre cose. La spiegazione è interrotta in modo divertentissimo dalla toscanissima Flavia che praticamente mette in scena uno spettacolo di cabaret. La scena mi ricorda vagamente i dialoghi di Zuzzurro e Gaspare e mi fa molto ridere. Più tardi si scoprirà che sono l'eroe onirico di Flavia.

Dopo una notte quasi totalmente insonne in compagnia di Mirko, Andrea e Riccardo (coi quali mi scuso per aver russato, ma purtroppo mi capita quando dormo molto scomodo) mi sveglio alle 6:30 per vedere l'alba.

C'è un freddo pungente e il cielo è già chiaro.

Torno sulle rocce che mi hanno offerto un punto di vista privilegiato del tramonto ma questa volta guardo dalla parte opposta. A differenza del tramonto, l'alba, ci offre molta più luce, una luce comunque molto morbida e bassa che proietta delle lunghissime ombre che si intersecano nelle cavità delle formazioni rocciose che ci circondano. Foto di rito e poi colazione.

Il gruppo si dividerà in due: chi a fare una gita a dorso di dromedario, chi (come me) farà un terkking per raggiungere il Burdah Arch, una arco naturale posto sulla cima di una formazione rocciosa.

Purtroppo però, visto il numero impressionante di turisti presenti, i dromedari non erano disponibili. I ragazzi della spedizione a "dorso", purtroppo, hanno dovuto ripiegare in un giro in Jeep per il Wadi Rum. La gita, a detta loro, è stata comunque molto divertente, sono riusciti anche ad avvicinare un branco di dromedari allo stato brado con i piccoli.

Sono partiti dal campo tendato, hanno fatto un bel giro del deserto e poi sono tornati al campo base.

Il percorso è stato tracciato da Igor che gentilmente mi ha passato la traccia gps, eccola qua:

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Il resto della truppa (me compreso) ha optato per il Burdah Arch Trekk. Prendiamo una guida (anche se la Lonely Planet dice che è facoltativa), arriviamo ai piedi della conformazione rocciosa, scendiamo dalla Jeep e iniziamo la camminata con la nostra guida che si incammina sulle rocce calcaree e arenarie. E' praticamente impossibile scivolare su quelle rocce, il grip è notevole anche se qualche volta c'è un pò troppa sabbia ed è quello che rischia di farci scivolare. Il percorso prosegue sempre più in verticale, in alcuni punti ci dobbiamo arrampicare e la guida ci indica dove mettere mani e piedi. Tutto bene, ma a scendere? Arriviamo in un punto dove c'è una cengia che permette di aggirare un costone ad angolo, non ci sono appigli e il sentiero, se così possiamo chiamarlo, è davvero molto esposto. Se scivoli, voli per una trentina di metri di sotto. Faccio questo passaggio, ci arrampichiamo lungo uno stretto canalone e lo zaino inizia a darmi fastidio, mi sbilancia e mi fa sentire poco sicuro. Sulla Lonely c'è scritto che solo alla fine c'è bisogno dell'imbragatura per proseguire, ma non vi è traccia alcuna che il trekk non è un semplice sentiero ma ci sono parecchi tratti di arrampicata esposti anche se molto semplici. Nulla di impossibile per chi è pratico (vedi il mio amico Mauro che giustamente mi ha definito "una seghetta"), per me invece inizia ad essere troppo e più che essere spaventato per me, quando vedo gli altri arrampicare, sporgersi ecc mi sale il senso di vertigine e malessere. Decido quindi di fermarmi a circa metà percorso. La guida mi dice che il più ormai l'ho fatto e ci sono solamente due punti esposti oltre a quelli già fatti; ma davvero non me la sento e mi fermo.

La terrazza su cui mi fermo ad aspettare offre una vista superlativa, mi sdraio a contemplare il panorama e poco dopo mi addormento. Dopo circa un paio d'ore i ragazzi tornano informandomi sul fatto che per l'utlimo tratto sarebbe il caso di usare delle corde come han fatto i ragazzi del gruppo che ci precedeva. Nonostante ne fossimo sprovvisti, sono saliti quasi tutti in cima all'arco, mi han fatto vedere le foto, davvero una vista meravigliosa. Peccato non esserci arrivato. Poco male, torniamo sui nostri passi e tra uno spigolo di roccia, uno scivolone ecc. le mie ginocchia si trasformano in un colabrodo. Scendere è più difficile che salire e quella cengia mi ha fatto nuovamente paura.

Il percorso è indicativamente quello segnato nella mappa che segue. Non eravamo equipaggiati per creare una traccia GPS ma ne ho trovata una estremamente approssimativa in rete.

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La sera, rileggendo la Lonely ho visto che nel 1999 un escursionista è morto proprio facendo questo trekk.

Se solo questo trekk fosse attrezzato in modo simile ad una ferrata sarebbe molto meglio.

 

IMPORTANTE: per quelli che vorranno in futuro avventurarsi in questo splendido trekk con tratti di arrampicata: la guida non è facoltativa, è ASSOLUTAMENTE NECESSARIA!

 

Torniamo al campo base dove ci aspetta un lauto pranzo con "Launch Bag" da consumare direttamente sul pullman: un panino da arricchire con formaggino, insalata e una mela che tanto bene non se la deve essere passata. Per dessert un dolcetto "Made in Angelini!" (Elisa ed Andrea capiranno la citazione).

La prossima destinazione è la famosissima Petra.


La città dei Nabatei

Il motivo principale per cui sono partito: visitare questo meraviglioso sito archeologico che è stato anche set cinematografico di "Indiana Jones and The Last Crusade" e "Transformers 2: Revenge of the fallen".

Prima però di giungere al tanto agognato "tesoro" ci fermiamo a Piccola Petra.

La nostra guida ha chiamato Piccola Petra: l'antipasto di Petra.

In verità Piccola Petra era il posto dove le carovane dei mercanti si fermavano prima di entrare a Petra. Le carovane potevano contare anche migliaia di dromedari e questo avrebbe reso gli scambi commerciali di Petra praticamente impossibili. I mercanti quindi entravano in Piccola Petra, vi lasciavano i dromedari a riposare e rifocillarsi ed entravano solo in un secondo momento a Petra senza di essi.

Piccola Petra è effettivamente piccolina, c'è poco da vedere ma vale comunque la pena passarci. In fondo al piccolo Siq ci sono delle gradinate che portano ad un punto panoramico che viene definito "il più bel punto panoramico al mondo". Beh, non lo è affatto. Subito dopo le scale vi troverete di fronte alla moderna beduina commerciante che vi vuole offrire il Tè e vendere qualce souvenir. C'è effettivamente un punto panoramico, ma secondo il mio parere non è nulla di che.

Risalendo da Piccola Petra ci siamo fermati a trovare una ragazza Beduina di nome Zena, una delle pochissime donne Beduine ad aver studiato. Questo le è costato ovviamente molta fatica e soprattutto una dura lotta contro le tradizioni beduine che vedono la donna in modo molto diverso da come la vediamo in occidente. Zena accoglie questa mandria di viaggiatori, sporchi e stanchi; ci racconta la sua vita, dei suoi figli, dei suoi studi. Ci offre anche un Tè e ci mostra il suo giardino. I bimbi di Zena sono carinissimi, soprattutto la più piccolina che viene immediatamente presa d'assalto da Tania e dalle altre ragazze. Il più grande dei figli, recide alcune rose dal profumatissimo roseto e le consegna ai ragazzi, i quali poi le regaleranno alle ragazze. Secondo la tradizione: l'uomo non può nemmeno toccare le donne impegnate o sposate. Nel più estremo dei casi: l'uomo non può nemmeno dare la mano ad altre donne che non siano sua madre, sua moglie o al massimo sua sorella. Il gesto del più grande dei figli è carino e io regalo la mia rosa.

Poco dopo ce ne andiamo, guardiamo i bimbi giocare e anche l'avvocato genovese Riccardo vorrebbe partecipare ai loro giochi, finalmente dormiremo in un albergo comodo per ben tre notti.

Sarà l'Edom Hotel a Petra che ci ospiterà.

Ceniamo velocemente e ci rechiamo al pub del visitor center: birra, gin tonic, vino e persino un Long Island Ice Tea (vero Andrea?). C'è il Bayern Monaco che si gioca l'andata di semifinale di Champions League contro il Real Madrid proiettata sullo schermo, ma non interessa a nessuno. Vogliamo divertirci, bere, finire di stancarci e fumare ancora il Narghilè. Cecilia, l'altro avvocato genovese, si dimostrerà imbattibile in questa nobile arte.

Questa volta divido la camera con Igor, fisico cibernetico di Roma e parliamo ovviamente di cose da nerd: reflex, fotocamere, video, gopro. Finalmente torno a dormire in un letto comodo e non russo, nemmeno Igor russa... siamo a cavallo!

La mattina finalmente è giunto il momento: si scende nel Siq, si va a Petra!

La prima parte della discesa è una strada sterrata di circa un chilometro. Metà della carreggiata è riservata alle persone a piedi, l'altra metà è riservata per le persone a cavallo, a dorso di dromedario, a dorso di somaro e in carrozza. Lungo questa strada si iniziano a vedere le prime rovine. Finita la lingua di sterrato finalmente entriamo nel Siq (gola) vero e proprio che ci condurrà a El Khasneh (il tesoro) dopo un percorso di circa 1200 metri.

Petra ha visto diverse dominazioni: Edomita, Nabatea, Romana, Bizzantina; poi c'è stato il periodo medievale per arrivare poi ai giorni d'oggi.

Il vero splendore, Petra, lo raggiunge grazie ai Nabatei: popolo pacifico di mercanti. I Nabatei non sapevano fare le guerre ma erano dei grandissimi commercianti, inoltre, cosa singolare, non sapevano costruire... ma sapevano scavare!

E' proprio grazie a questa loro incredibile capacità edile che Petra, oggi, è considerata una delle sette meraviglie dell'età moderna, avendone ben donde.

Il Siq si snoda tortuoso protetto da dighe costruite in epoca romana e costeggiato in tutta la sua lunghezza da un canale per l'acqua corrente. Si vedono nicchie scavate nella roccia ad uso dei viandanti che potevano inserirvi le loro rappresentazioni delle divinità. In alcuni punti sono ancora visibili delle rappresentazioni di persone e animali (dromedari). C'è anche una doppia nicchia che serviva per ospitare gli sposi durante le cerimonie nuziali ma che noi, capre, abbiamo scambiato per dei vespasiani.

Ed è subito dopo la nicchia degli sposi che il Siq si piega in un'ultima curva che cela quella meraviglia di El Khasneh. Pian piano procediamo verso il tesoro che si svela un pò alla volta. Avrebbero potuto scavarlo ovunque, ma è lì che doveva essere, ed è lì che tutt'oggi si impone. Sti nabatei ne sapevano a pacchi, altrochè chiacchiere [Cit.].

Finalmente sono al suo cospetto, la guida ci dice di pazientare prima di cominciare con le fotografie, deve spiegarci delle cose. Ma io lo osservo dal basso, lui mi sovrasta, è talmente imponente che temo uno svenimento da sindrome di Stendhal. Ad un certo punto, la massa di persone che era ai suoi piedi si dilegua, ho un momento solo, velocissimo prendo la reflex, smonto il 24-105 e monto il 12-24 ed ecco che esce le foto che fa da copertina a tutto l'album fotografico.

Pochi secondi dopo, l'intimità con questo gigante viene subito spazzata via da una marea di turisti, viaggiatori, guide, venditori del posto.

E' tempo di vedere veramente Petra. Il tesoro, per quanto bello e affascinante sia, è solo una piccola parte di un sito archeologico fantastico.

Questa mappa (clicca) può dare un'idea delle dimensioni del sito.

La terra che stiamo calcando è sedimento riportato negli anni dalle piogge che una volta erano frequenti. Petra giace effettivamente circa tre metri sotto quello che attualmente è il livello del terreno. C'è ancora molto da scavare e se tanto mi da tanto: "La X non indica mai il punto dove scavare!" [Cit.].

Una dopo l'altra vediamo: la strada delle facciate, il teatro, la tomba di Aneisho, la tomba dell'Urna, della Seta, quella Corinzia, e la tomba Palazzo. Da qui in poi la strada piega di 90° verso sinistra e sulla collina alla nostra destra ci sono le tombe Bizzantine, mentre più avanti, sulla sinistra visitiamo il Ninfeo, la strada colonnata e il cancello ad arco. La mattina se n'è andata e con lei ci abbandona la nostra guida che ci consiglia di fare con calma tutte le scalinate che portano rispettivamente a: il monastero, al tesoro visto dall'alto e all'altare del sacrificio. Ci fermiamo a mangiare, ma sia io che altri compagni non abbiamo molta fame. Ci dissetiamo con un beverone fantastico a base di acqua, menta, limone e zucchero. Sarà stato il colore verde Hulk o lo zucchero, ma siamo come nuovi, o quasi. Decidiamo quindi di visitare la parte più lontana del sito: il monastero.

Più di 850 gradini ci separano dalla meta, il caldo è torrido, sono giorni che camminiamo e a questo punto le nostre gambe vanno da sole. Iniziamo la salita mentre alcuni di noi preferiscono salire con l'asino. Sarà un percorso a tappe, dove berremo acqua e ci ripareremo all'ombra. Poi, dopo una bella faticata, arriviamo in cima ma... dov'è il monastero? Dal nostro punto di vista vediamo solo un ristoro e dei punti sopraelevati per vedere il panorama. Del monastero non vi è traccia. Prima che potessimo continuare, Igor, il capofila, ci blocca. "Piano, un passo alla volta, guardate a destra".

Così come per il tesoro, anche il monastero si svela un pò alla volta, nascosto abilmente dalla roccia scavata dai nabatei. Nè la Lonely, nè la nostra guida ci avevano preparato a questa meraviglia, tanto che, a mio modo di vedere l'ho quasi preferito al El Khasneh. Una meraviglia nelle meraviglie, e dopo una fatica del genere, ce lo siamo goduto ancora di più. Prima che qualcuno ci veda saliamo all'interno del monastero e qui, ovviamente, ci lascio un altro pezzo di stinco, ormai, ho lasciato brandelli di me in mezza Giordania. Dentro, come tutte le atre tombe, è vuota, nulla da vedere. Decidiamo di proseguire e salire ancora fino al punto più alto dove avremmo dovuto godere del panorama sulla vallata. Col senno di poi, il gioco non vale la candela. Ci riposiamo, torniamo indietro e scorgiamo il monastero da lontano: bellissimo!

Riscendiamo i gradini e tornando sui nostri passi visitiamo le tombe dell'epoca bizzantina con i loro bellissimi mosaici.

Ora ci tocca tutta la strada al contrario. La Lonely mette in guarda infatti: una volta finito il giro, ricordatevi che dovete tornare indietro. Sono altri tre chilometri di salita.

Torniamo in albergo, doccia, cena e si torna nel Siq per vedere Petra By Night.

Alcuni del gruppo Discovery che ci precedeva di due giorni ci han detto che era una commercialata per turisti; però alla fine siamo lì, è probabile che non ci ritornerò una seconda volta, quindi che fai? Non ci vai? E noi ci siamo andati.

Per fortuna!

Tutta la strada che porta al tesoro è illuminata con delle candele contenute dentro dei sacchetti di carta e della sabbia che funge da base.

Tre chilometri al buio, con la strada segnata solo dalle candele. Arriviamo al tesoro e per terra, centinaia di luimini, dello stesso tipo di quelli che ci hanno accompagnato fin lì per tutta la discesa, come se fossero dei segnaposto. Ci sediamo e ammiriamo El Khasneh illuminato dalla debole luce dei lumini: che meraviglia! L'unico abitante superstite di Petra sbuca dal buio e chiede a tutti di fare silenzo, inizia lo spettacolo. Prima un suonatore di strumento a corda beduino, poi un suonatore di flauto e alla fine lui, l'ultimo rimasto degli abitanti di Petra. Ci racconta di Petra all'epoca dei nabatei e dei romani, delle carovane di dromedari, della gente che lì abitava prima di lui. Certo, una cosa da turisti, ma carina e suggestiva. Come ogni "Petra By Night", alla fine, ci viene chiesto di illuminare il tesoro con la luce dei nostri flash e dei telefonini.

Finito lo spettacolo si torna indietro, è la quarta volta in un giorno che faccio quella strada, sono a pezzi.

La stanchezza però non frena la nostra volglia di alcool e ci fermiamo anche stasera al bellissimo pub del visitor center.

Siamo stanchissimi e domani abbiamo ancora altre meraviglie di Petra da visitare.

Grazie ad Igor abbiamo le nostre impronte digitali sulla camminata della giornata:

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Per la seconda giornata ci svegliamo belli pimpanti, dormire in un letto comodo, dopo una doccia come si deve è decisamente rigenerante.

Per la quinta volta percorriamo il Siq e arriviamo al tesoro. E' presto e c'è davvero poca gente, per la prima ora è sembrato quasi un tour privato.

Decidiamo di salire alle tombe dei re e visitarle da vicino e anche dentro. Da lì poi saliamo la ripida scalinata che ci porta di fronte al tesoro, ma questa volta lo vediamo dall'alto. Il premio per questa sfacchinata è uno di quelli che non dimenticherai mai: El Khasneh visto dall'alto è anche più bello che visto da sotto. Ci riposiamo nel posto privilegiato, con vista sul tesoro. Foto e Selfies si sprecano e mentre torniamo indietro qualcosa attira la nostra attenzione. Una lucertolona blu ci guarda da lontano, ferma, immobile, su una roccia mentre si scalda al sole. Diventerà oggetto del photoshooting della giornata. E' stata fotografata più lei di Marilyn Monroe. Soltanto arrivato a casa scopro che questa lucertola blu è una "Agama del Sinai". Diffusa per lo più nel sudest della Libia, est dell'Egitto, Israele, Giordania, Siria, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Oman, est Sudan, Etiopia, Eritrea e Gibuti [Cit. Wikipedia].

Questa giornata è molto più calda della prima. Non ce la faccio ad affrontare altri gradini e mentre alcuni visitano il bellissimo altare del sacrificio per scendere poi nel Wadi Farasa io e un manipolo di suprestiti (Elisa, Tania, Mirko) decidiamo di prendercela con comodo ed espletare uno dei riti barbarici delle vacanze: i regali e i souvenir.

Per la sesta e ultima volta percorriamo il Siq, ci fermiamo a prendere un gelatino (anche due), ultime compere e poi in albergo, cena, doccia e birretta in un bar vicino al nostro albergo, mi faranno suonare pure lo Djembe.

Questa è la terza notte a Petra, domani partiremo per l'ultima fatica: il mitico Siq Trail, tralasciato il primo giorno, per poi rilassarci al mar morto e ultima notte a Madaba prima della ripartenza.

Sempre il prode Igor ci fornisce la tracca GPS della seconda giornata a Petra:

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Effetto turacciolo

Finalmente è giunto il gran giorno, affronteremo il trekk all'interno del Wadi Mujib. Una gola dai colori che ricordano vagamente Antelope Canyon negli Stati Uniti, ma percorsa dalle acque di un torrente.

Da casa avevo visto il video e non vedevo l'ora di cimentarmi nell'impresa.

Il video però era dello scorso anno, da tre anni non pioveva. Ora invece il torrentello è diventato un bel torrente pieno e potente e in alcuni punti non si tocca. Bene, sarà ancora più divertente.

Ci prepariamo: maglietta tecnica che dovrà asciugarsi in men che non si dica, costume da bagno, scarpe da trekking, GoPro!

Dopo aver firmato un inquietante scarico di responsabilità, ci infiliamo i giubbottini salvagente e scendiamo nel torrente. Dove l'acqua del video era alta pochi centimetri, ora mi arriva al collo. All'inizio riusciamo a procedere senza troppa fatica, ma più avanti andiamo, più la corrente è forte e nei punti dove non si tocca usiamo le corde per avanzare. Il percorso è un misto tra trekking e canyoning (molto semplice), si alternano parti a nuoto con parti dove si usano le corde per risalire le grosse pietre del Siq. Nei tratti leggeri ci guardiamo attorno, i colori delle rocce sono incredibili, madre natura si è davvero impegnata questa volta. Nei punti più impegnativi troviamo delle guide che ci aiutano ad oltrepassarli. Finalmente arrivamo alla cascata, meta del trekk e a turno ci facciamo una doccia sotto di essa. Ci fermiamo qualche minuto, ci togliamo i sassi dalle scarpe e riescendiamo da dove siamo venuti. Usiamo le corde, le scale e nei tratti dove non si tocca ci lasciamo trascinare dalla corrente in totale relax. Che goduria! Purtroppo il divertimento è durato troppo poco, lo rifarei subito da capo ma non abbiamo tempo, ci rilasseremo al Mar Morto.

Tempo un quarto d'ora di pullman e siamo al Amman Tourist Beach. Non certo un centro a 5 stelle, ma per quello che serve a noi è anche troppo.

Ci accampiamo sul bordo piscina, appropriandoci di sedie e tavolini che serviranno per lo più per asciugare i panni bagnati al Wadi Mujib. Prima di mangiare però vogliamo provare l'ebrezza del galleggiamento nel Mar Morto.

Il Mar Morto ha una concentrazione di sale nell'acqua maggiore del 50%.

E' così salato che non ci conci nemmeno l'insalata, non ci prepari nemmeno la pasta.

Entriamo pian piano e l'acqua è della stessa temperatura del mediterraneo a fine agosto. Nulla di particolare, tranne poi toccare l'acqua con le mani: ha un chè di oleoso, sembra quasi una melassa. L'acqua arriva in vita ed è vero, si galleggia senza nessuno sforzo. In questo mare è praticamente impossibile morire annegati. Riccardo l'ha definito appunto "effetto turacciolo". Alcuni hanno la splendida idea di tuffarcisi di testa. I turaccioli riaffiorano violentemente a galla ma senza più l'utilizzo della vista. Solo la doccia di acqua dolce li salverà!

Ora non mi rimane che fare i fanghi.

Per il costo di 3 JD (Jordan Dinar, cambio attuale 1€ = 0.94 JD), possiamo immergere le nostre manine nella pece dei fanghi. Sembra catrame, ci spalmiamo ben bene e i ragazzi del resort ci aiutano a spalmarci dove noi non arriviamo e nel frattempo ne approfittano per dare delle consistenti palpate alle ragazze del gruppo, chiamali scemi!

Finalmente posso dire di sentirmi come Ray Charles, solo che io sono pure riuscito a vedermici di quel colore, lui no!

Dopo circa 10 minuti al sole, la mappazza si solidifica trasformandosi in un perfetto vestito di latex! Mancava all'appello solo la pallina per la bocca, lo strapon ed eravamo pronti per girare il seguito di "San Tommaso, il prete Sadomaso".

Ci sciacquiamo nelle acque oleose del Mar Morto, tranne il viso che ci sciacquiamo nelle docce poco distanti.

Finalmente possiamo andare a pranzare.

Qualche momento di relax a bordo piscina, ultimo bagno e si torna verso Madaba, non prima di aver visitato il Monte Nebo.


La terra promessa

Il Monte Nebo è una cresta montuosa situata subito ad est del Mar Morto, dalla cima si può vedere il Mar Morto, la Terra Santa fino a Gerusalemme; mentre a settentrione si può scorgere una limitata parte della valle del Giordano e anche Gerico nella Cisgiordania.

Il Monte Nebo ha un significato religioso importante: Secondo il capitolo conclusivo del Deuteronomio, il Monte Nebo è quello sul quale il profeta ebraico Mosè ebbe la visione della Terra Promessa che Dio aveva destinato al Suo Popolo Eletto.

Purtroppo al nostro arrivo, il visitor center era già chiuso.

Cala la sera e torniamo a Madaba al Pilgrim's House Hotel.

Stessa sorte della prima sera, ma con esiti diversi. Ci sono ancora problemi con l'acqua delle docce, ma sono decisamente superabili. Fondamentalmente esce poca acqua, ma ci si riesce a lavare.

Per l'ultima cena decidiamo di andare in quel locale gestito da un italiano che alcuni del gruppo avevano trovato la prima sera. Ci accolgono a braccia aperte, siamo gli unici clienti e per farla breve gli abbiamo fatto l'incasso di un mese.

Siamo stanchi, è l'utlima sera e fondamentalmente non vogliamo che tutto finisca così. Cerchiamo di reggere il più a lungo possibile ma per quel che mi riguarda non son riuscito a stare in piedi oltre le due e mezza. I più temerari sono rimasti svegli fino alle 4 del mattino a parlare dei massimi sistemi e delle delusioni d'amore.

Questa notte divido un letto ad una piazza e mezza con Andrea, ma siamo talmente stanchi che è come se dormissimo in un Queen Size a testa.

Ore 7:30 del 27/04/2014

Sveglia bimbi, si torna a casa.


Fine del gioco

Purtroppo è tempo di tornare a casa,

la mattina facciamo l'ultima colazione e saliamo su un pullmino che ci porterà in aeroporto.

Mi sveglio con un raffreddore violento, temo un viaggio di ritorno indecente.

Il pullmino è piccolissimo ma riusciamo a starci tutti con tanto di bagagli.

Arriviamo in aeroporto, cambiamo i Dinari rimasti, salutiamo Elisabetta che partirà per Monaco di Baviera e ci imbarchiamo per Il Cairo. Atterriamo dopo circa un'ora di volo e ci rechiamo al gate per l'imbarco a Malpensa.

E' il momento di salutare gli amici del volo verso Roma: Marzia, Igor, Giulia, Dario, Chiara, Flavia, Francesco, Emanuela. Buon viaggio, grazie di tutto e spero di rivedervi presto, è stato un onore, non solo un piacere.

 

Imbarchiamo per Malpensa e al decollo riusciamo anche a vedere le Piramidi. Il volo è di circa quattro ore; ore tormentate dal raffreddore e dalla tosse.

Atterriamo puntualissimi, controllo passaporti e ritiro bagagli che ritardano un bel po' a causa dell'orda di gente che rientrava dalle vacanze del lungo ponte come noi.

 

Ci salutiamo con la promessa che ci rivedremo presto per un raduno.

 

Un abbraccio a tutti: Andrea, Tania, Francesca, Isabella, Daniele, Riccardo, Cecilia, Alice.

 

Un ringraziamento particolare va a Mirko, il coordinatore con cui ho legato da subito insieme ad Andrea.

Grazie per aver portato a termine l'impegno preso, con professionalità e pazienza, dovessi decidere per l'Islanda sicuramente ti chiamerò.

 

Un saluto speciale e la dedica di questo resoconto va ad Elisa che è riuscita a sopportare me e le mie stupidate per una settimana intera, non è facile, ma lei ci è riuscita. Ti rivedrò presto, e... no, non è una promessa... ma una minaccia :)

 

Questo viaggio è stato bellissimo, non solo per quello che ho visto e vissuto, ma perchè eravate presenti tutti voi a condividere con me questa esperienza: un gruppo eccezionale!

Grazie di cuore e spero di rivedervi tutti al più presto.

 

Un abbraccio e un applauso al Giordania Discovery Gruppo Briata!!!

 

Roberto

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