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Metà del mondo

1.600.000 abitanti conta questa città incredibilmente bella. Famosa per la produzione di cotone, grano, tabacco, per la lavorazione di sete, lane, broccato e moquette. Le bellezze architettoniche e i suoi giardini pubblici fanno dire ad un antico adagio persiano che "Esfahan è metà del mondo".

Dai grandi finestroni del pullman possiamo apprezzare la città che pian piano si illumina, con il suo traffico intenso ma meno caotico di Tehran; in lontananza vediamo illuminato il ponte Khaju sul fiume Zayandeh, meta del giorno che seguirà. Sembra una città occidentale, ordinata, viva, piena di negozi: Apple, Samsung, LG, Sony, lussuosi negozi di tappeti in seta di una bellezza più unica che rara, mobilifici, banche, farmacie.

L'Hotel Zohreh dove alloggiamo è carino, ha un'ottima posizione in centro. È vicino sia alla Piazza Imam Khomeyni che al ponte Si-O-Seh.

Serata libera per il gruppone, alcuni di noi si recheranno alla piazza Imam Khomeyni, chiamata ufficialmente Naqsh-e jahàn. Questa piazza immensa è di notevole importanza storica e culturale, nel 1979 è stata inserita nell'elenco dei patrimoni dell'umanità dell'UNESCO. Nella piazza, di sera, regna la quiete; una sapiente illuminazione rende questo luogo così vasto, estremamente intimo. Ceniamo in un ristorante che si trova al piano superiore della struttura che circonda la piazza. Tipico è il Kebab, però totalmente diverso da quello turco. Nel nostro caso si trattava di un tris di kebab. Sono degli spiedini di carne di diversa provenienza. Il primo (che ho adorato) è uno spiedino di macinato di agnello, tenerissimo e succulento. Il secondo è di pollo allo zafferano e il terzo di manzo. Viene servito con un contorno di riso basmati allo zafferano, melograno e verdure grigliate. Il pane appena cotto nel forno a legna non può mancare. Sarebbe ideale accompagnare il tutto con una birretta fresca, ma, ovviamente, non si può. Il titolare, sosia di un giovane Julio Iglesias, viene rapito dalla bellezza della nostra compagna di viaggio Linda; ci fa uno sconto a patto di potersi fare una foto con lei senza velo in testa. Il teatrino che ne scaturisce è divertente, ce ne andiamo divertiti e sazi immaginando, al nostro rientro in albergo, il baldo titolare del ristorante presentarsi sotto il balcone di Linda per cantarle una serenata in farsi.

Rientriamo in albergo e andiamo a dormire.

Il risveglio è tragico, non per l'orario, ma perchè la colazione che ci aspetta è a dir poco misera. Non c'è caffè, si fatica ad avere una tazza di tè. Non ci sono dolci, solo delle uova strapazzate e del pane. Riusciamo ad avere miracolosamente quattro biscotti a testa dopo che Amir è andato a lamentarsi. Come giustificazione dicono di aver finito tutto. Davvero difficile da credere visto che comunque hanno le prenotazioni e sanno quanta gente è presente in albergo. Mi ingolfo di pane, bevo il mio tè e sono pronto per la lunga giornata che ci aspetta.

La nostra prima meta è la Moschea Jameh, detta anche Moschea del Venerdì. È la moschea più antica di Isfahan e una delle massime espressioni archiettoniche della dominazione selgiuchide. Intorno alla metà dell'anno 1000, i selgiuchidi che erano di fede sunnita, miravano alla restaurazione del califfato abbaside. Questa moschea vide diverse dominazioni: Buyide (quando venne costruita nel X secolo), selgiuchide e successivamente safavide. Ad ogni dominazione venne modificata ed ampliata. La piazza venne elvata, si aggiunsero nuove aree di preghiera, vennero costruiti dei minareti che successivamente vennero spostati. La particolarità di questa moschea sta nel fatto di essere perfettamente integrata nel tessuto urbano e a testimoniarlo ci sono i numerosi ingressi che la collegano con le diverse parti della città compreso uno che da' nel grande Bazaar. A differenza di altre moschee, questa, essendo stata per lo più ingrandita in periodo selgiuchide, è costruita in gran parte in laterizi. La grandezza della cosruzione, unita all'intaglio degli stucchi e ai pannelli dalle composizioni floreali, geometrici ed epigrafi la rendono l'edificio di punta dell'architettura selgiuchide.

Finita la visita alla Moschea del Venerdì ci rechiamo al Ponte Khaju. Insieme al Ponte Si-O-Seh fa parte dell'architettura safavide di inizio XVII secolo. Solo da qualche anno i due ponti sono stati chiusi al traffico. Oltre ai bellissimi archi che li contraddistinguono è da notare il fatto che sono attraversabili su due piani. Il primo rialzato, dedicato in principio ai cavalli e cammelli, successivamente alle vetture; il secondo, solo qualche decina di centimetri sopra il livello dell'acqua del fiume, è un camminamento pedonale. E' una bellissima giornata a Isfahan e i locali usano il ponte come punto di ritrovo. Gruppi di anziani siedono sotto gli archi parlando tra di loro, un altro gruppo misto di giovani e vecchi canta canzoni tradizionali. Ci fermiamo ad ascoltarli, è davvero suggestivo. Gruppetti di donne e ragazze siedono a valle del ponte guardando l'acqua scivolare inesorabile in una danza di mulinelli e cascatelle. Sono curioso di vedere questi ponti la sera, quando saranno illuminati.

La visita al ponte é veloce ma sufficiente per attraversarlo due volte, la prima a livello dell'acqua, la seconda al livello superiore.

In meno di dieci minuti siamo alla cattedrale armena di Vank. I dipinti storici all'interno della cupola lasciano senza parole. Spiccano, con dei colori vivissimi, i capolavori che ritraggono: la creazione di Adamo ed Eva, il peccato originale, la morte di Abele, la nascita di Gesù, l'Ultima Cena, la Crocifissione e l'ascensione. I ritratti della Crocifissione sono davvero cruenti.

Visto che la giornata di oggi sarà ancora piena di cose da vedere, ci fermiamo a mangiare in un occidentalissimo fast food e variamo per la prima volta la nostra dieta a base di agnello.

Solo dopo esserci rifocillati con un hamburger talmente grande da dover essere consumato in due, proseguiamo per piazza Imam Khomeyni.

A differenza della sera prima, dove nell'immensa piazza regnava una quiete irreale, ora,  famiglie siedono nei grandi e verdi giardini e un via vai di migliaia di persone la percorrono in lungo e in largo, fermandosi di quando in quando per ammirare le vetrine dei negozi o per prendersi un ottimo gelato allo zafferano. La fontana, che la sera viene spenta, punta i suoi getti d'acqua a formare una volta sopra la grande vasca. Nella piccola piazzetta al centro si fermano le carrozze coi cavalli ammirate dai bambini che si divertono a correre intorno ai grandi mammiferi in attesa di trainare la carrozza con a bordo qualche turista. Sempre nei grandi giardini, tra un'aiuola e l'altra, prendono disordinatamente posto giovani intenti a leggere libri di studio, bambini giocano a pallone mentre le mamme preparano il prato per il picnìc. Avrei voglia di stendermi nel prato curatissimo e mescolarmi con la gente ma Amir mi richiama all'ordine, dobbiamo visitare il palazzo Ali Quapo meglio conosciuto come Palazzo Alighapoo.

Questo palazzo che sorge nella grande piazza fu eretto all'inizio del XVII secolo come residenza degli Scià di Persia. All'interno del palazzo si possono ammirare gli affreschi del pittore di corte Reza Abbasi. Anche questo, come molti altri palazzi, cambiò volto col passare degli anni e degli "inquilini". Al terzo piano si trova una bellissima sala sorretta da diciotto colonne ricoperte di specchi, mentre al sesto piano si trovano le sale più grandi del palazzo alcune delle quali, dedicate ai banchetti, splendidamente ricche di dipinti. Tra tutte, quella che più mi ha colpito è stata la "Sala della Musica" col suo soffitto in legno finemente intagliato e cesellato a formare delle geometrie incredibili.

Poco distante dal palazzo si può visitare la Moschea dello Scià, fatta edificare a partire dal 1629 su ordine dello Scià Abbas I Il Grande. Questa moschea è una delle più rinomante dell'Iran islamico.

Purtroppo, quando entriamo nel grande cortile, un'impalcatura con tettoia costruita recentemente per consentire ai fedeli di pregare anche durante le ore calde del giorno, ci impedisce una delle piu belle viste dell'Iran, quella appunto dell'ingresso principale della moschea. Una volta dentro ci si sente quasi a disagio sotto la copertura della gigantesca cupola di 52 metri finemente ornata da piccole piastrelle in ceramica. Il portale dell'edificio è alto 27 metri ed è affiancato da due minareti di 42 metri. Tutte le mura dell'edificio sono decorate con tessere di mosaico di sette colori con un notevole effetto ottico. Quando usciamo dalla moschea vediamo gli operai che stanno lavorando per smantellare l'impalcatura. Peccato, sarebbe stato bellissimo vederla in tutta la sua maestosità.

La moschea che vediamo successivamente è la più piccola "Moschea delle donne" attraente per la sua cupola dorata sulla quale è raffigurato un pavone, a cui i raggi del sole, che a mezzogiorno penetrano nella moschea, regalano una dorata coda luminosa.

È proprio fuori da questa belissima moschea che facciamo conoscenza con un folto gruppo di adolescenti che fanno a gara per farsi fotografare con noi. Alcuni vogliono che, con una biro, scriva loro sul palmo della mano il nome Enzo. Non ho mai capito il perchè, ma erano felicissimi e ci hanno seguito fin dentro la moschea.

Finalmente abbiamo un pò di tempo libero da impiegare come vogliamo. Alcuni si perdono nel grande Bazaar attaccato alla moschea. Io, dopo un giretto tra le sue bancarelle, ho fatto quello che volevo fare già da molte ore.

Cerco di mescolarmi tra la gente e mi sdraio su uno dei tanti prati vicino alla grande fontana.

Finalmente posso vedere un bellissimo scorcio di Iran, prendendomi tutto il tempo che voglio, respirando questa terra di regime che ha nella sua pancia una grandissima voglia di libertà e rivincita nei confronti dello stesso regime, che negli ultimi anni ha comunque allentato la presa. Riapro lo zaino, tiro fuori la macchina fotografica e scatto cercando di congelare il momento. Non passa molto tempo che una coppia di ragazzi del posto si siede vicino a me e, con la cortesia che contraddistingue questo popolo fiero, mi domandano da dove vengo. La parola "Italy" accende in loro una bruciante curiosità. Vogliono sapere da che città esattamente e quando dico: "150km norht of Verona" alla giovane ragazza si illuminano gli occhio "Oh.... the city of Romeo an Juliet". Per qualche sconosciuto motivo, gli iraniani diventano matti per noi italiani. Scambiamo quattro chiacchiere come dei vecchi amici che non si vedono da tanto tempo e che hanno un sacco di cose da dirsi. Vogliono che faccia loro una foto col cellulare di lei, poi la facciamo insieme. È talmente piacevole la discussione che, nonostante avessi la reflex al collo, mi sono dimenticato di fare una foto anche con la mia macchina. Starei tutta la sera a parlare con loro ma è quasi ora del rendezvous con i miei compagni di viaggio per la cena. Sto per ricongiungermi col gruppo quando vengo fermato da un distinto signore che, vedendomi intento a fotografare la piazza alla luce del tramonto mi dice: "What an amazing show". Mi fermo a parlare con lui, lavora come architetto a poche centinaia di metri dalla piazza, ci passa ogni giorno per andare a casa e la considera fonte di ispirazione di tutti i suoi progetti e posso capire perchè. Vorrei che questi momenti non finissero più. Mi ritrovo con gli altri con sincera malinconia. Sarei rientrato nel mio piccolo mondo occidentale formato da 15 persone oltre a me. Avrei parlato di nuovo la mia lingua, avrei pensato alla cena, alla doccia e a connettermi alla Wi-Fi dell'albergo. Cose che faccio tutti i giorni a casa. Peccato, è durato troppo poco.

A cena scopro che ognuno di noi ha avuto contatti con iraniani di ogni età, famiglie, coppie, ragazzini; oguno con qualcosa da dire. Ottimo cibo per il nostro spirito.

Ci rechiamo a cena in albergo non molto lontano dal nostro. Il buffet non è malvagio, ma avrei preferito mangiare qualcosa al volo per godermi il più possibile questa città incredibile.

Il ponte Si-O-Seh, illuminato dai classici faretti al mercurio di colore arancione unisce due parti illuminate della città, altrimenti separate dalla nera lingua del fiume Zayandeh. La serata è relativamente fresca e dopo aver attraversato il ponte, Amir, ci porta a bere un buon Tè nel giardino dell'albergo più lussuoso di Esfahan: l'Hotel Abbasi.

Ci rilassiamo, la giornata è stata davvero piena ma prima di andare a dormire, Filippo ed io invitiamo alcuni ragazzi del gruppo a bere della pessima birra analcolica nel nostro balcone munito di fontanella privata, spenta.

Una doccia bollente lava via tutto lo smog e la polvere del giorno e mi prepara per la notte.

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