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Testimoni dei Navajo

Arriviamo alla Momument Valley da nord-est sulla Route 163.

Nonostante sia geograficamente in Arizona, essendo il parco di proprietà dei Navajo, ha l'ora UTC dello Utah.

La città più vicina al parco è Kayenta che dista circa 70 km a sud-ovest. Troppo lontano. Unico alloggio  all'interno del parco è il The View Hotel. Un Hotel di proprietà dei Navajo ed interamente gestito da loro. Per trovare posto in questo magnifico Hotel bisogna prenotare molti mesi in anticipo, ed è quello che abbiamo fatto.

Per raggiungere l'hotel dobbiamo pagare un pedaggio. Questo parco è l'unico non compreso nel pacchetto che avevamo acquistato online in quanto appunto non è un National Park, ma è di proprietà degli indiani Navajo.

L'hotel è magnifico. Sapientemente costruito per impattare il meno possibile sul paesaggio. Tutte le camere sono con vista sulla Valley, in questo caso possiamo proprio parlare di albergo con camere con vista panoramica: e che vista!

Manca ancora qualche ora al tramonto e visto che l'hotel è provvisto di Wi-fi faccio una videochiamata Skype a Mauro e gli chiedo se gli piace la vista dalla nostra camera ;)

Una delle cose che volevo fare era immortalare il tramonto sulla Monument Valley con un bel Timelapse. Preparo tutto: fotocamera, trepiede, pc portatile con software, scelgo l'inquadratura sui "testimoni" (le famose guglie di roccia dovute all'erosione), faccio partire una serie di prova e finalmente ci siamo. Il software scatta un fotogramma ogni 20 secondi per la durata di un'ora abbondante. Lascio che faccia tutto da solo, la configurazione è giusta, l'esposizione pure. Ce ne andiamo quindi a cena e ci godiamo lo spettacolo dalla terrazza comune dell'hotel.

Andiamo a letto molto presto perchè il giorno precedente avevamo preso appuntamento con John, un Navajo che ci avrebbe portato a fare un tour per il parco. Per la modica cifra di 70$ a testa (porc...) possiamo entrare nel cuore del parco dove altrimenti ci sarebbe vietato. Il suo consiglio è quello di partire prima delle sei del mattino in modo da goderci l'alba da dentro il parco.

Prima di addormentarmi vado a controllare quello che è stato salvato sul pc. ORRORE!!!!! Il netbook era andato in stand by interrompendo il timelapse a metà. Mi ero dimenticato di togliere le impostazioni di risparmio energia quando il portatile è collegato alla rete elettrica. Un bestemmione ululato verso la valley fa scappare tutti i coyotes nelle vicinanze.

Mi metto a letto sfogliando a mente tutto il calendario di Frate Indovino apostrofando i Santi. La Madonnina non sarebbe contenta di sapere cosa ho pensato del suo figliolo.

Ci presentiamo all'appuntamento con John alle cinque e mezza e noto con molto piacere che siamo solamente in quattro: Steno, la sua ragazza, una turista americana discretamente topina (che non fa mai male) e il sottoscritto: ancora incazzato a morte per la disavventura informatica della sera prima.

Saliamo sulla Jeep scoperta ed entriamo nel parco che è ancora buio seguendo una strada sterrata illuminata solo dai vecchi fari del 4x4. John inizia a raccontarci del suo popolo, della sua terra e ovviamente del significato spirituale di ogni "testimone" attraverso un altoparlante più vecchio del mondo. La sua voce già segnata dal numero incontenibile di sigarette che fuma viene resa ancora più agghiacciante dall'altoparlantino di cartone, ma comunque è comprensibile.

Finalmente il cielo si schiarisce che siamo già in mezzo al parco e non c'è nessuno al di fuori di noi cinque. John ferma la Jeep e contempliamo il sole che fa capolino all'orizzonte mentre gioca a nascondino dietro ai "testimoni". Penso di non aver mai visto uno spettacolo così bello in tutta la mia vita. John ci racconta della sua vita e di quella della sua famiglia, è orgoglioso dei suoi figli che sono all'università ma si rammarica di non aver nessuno che possa mandare avanti la sua casa in mezzo al parco dopo di lui. Forse suo figlio, più avanti, chissà. La casa di John è un piccolo parallelepipedo che scorgiamo in mezzo alla prateria circondato da pecore e qualche cavallo. E' lì che vive con sua moglie. Dice che vivono con quello che gli offre la terra e dal prodotto dei suoi ovini, fare la guida gli serve per arrotondare. Sinceramente, visti i prezzi, mi sa che arrotonda con le bestie ed è grazie ai soldi dei turisti che è riuscito a mandare i suoi figli all'università.

Siamo già a metà del giro e finalmente vediamo i primi turisti spuntare nel parco, accompagnati anche loro dalle guide. E' qui che assisto alla scena più trash del viaggio. Un indiano a piedi è accompagnato da un cavallo tutto attrezzato come nei film di Sergio Leone con tanto di fucile Winchester a leva sistemato nella fondina. Un giapponese, vestito come Henry McCarty, aka William Bonney, aka Billy The Kid; sale in groppa al cavallo, estrae il fucile dalla fondina e si fa fare le foto più trash mai viste. Rido di gusto vedendo la scena e John comprende il quadro della situazione e ci dice che i giapponesi insieme ai tedeschi sono quelli a cui piacciono di più queste cose.

C'è un posto, all'interno di un "testimone", chiamato Eagle Eye che visitiamo. John ci fa scendere dall'auto e ci fa entrare in questa grande grotta. Non è propriamente una grotta, è più una rientranza nella parete, è come se un gigantesco cucchiaio avesse scavato in profondità un Creme Caramel dal lato. John ci fa sdraiare e ci racconta di come i suoi avi, come passatempo, avessero quello di dare delle sembianze ai testimoni: "Solitamente da bambini giocavate a dare una forma alle nuvole, noi lo facciamo con la terra". Ci dice che anche la musica è importante per il suo popolo; quando finalmente siamo sdraiati all'interno di questo incavo nella roccia ci dice di guardare in alto mentre lui sfodera un flauto indiano e inizia a suonare una vecchia melodia popolare. Sulla volta della caverna c'è un foro del diametro di diversi metri che ci permette di vedere il bellissimo cielo blu sopra di noi. Ma la cosa più bella è la conformazione delle rocce della caverna che circondano il foro, sembra di vedere la testa di un'aquila e il foro è l'occhio: ecco perchè si chiama Eagle Eye questo posto.

Dopo aver finito di suonare ci dice che anche le pietre suonano e fanno musica; raccoglie da terra due sassi, li lancia come se fossero due dadi. Noi aspettiamo una sua parola, parola che non tarda a venire: "Avete sentito?".

Dubbiosi, gli chiediamo: "Cosa?". "The Rolling Stones!" dice non trattenendo le risate. Mi rendo conto che un antenato di Gino Bramieri deve essere passato da queste parti in epoche remote. Io e la ragazza americana ci scambiamo uno sguardo d'intesa che esprime tutto il nostro imbarazzo sulla battuta. Steno e la sua ragazza, invece, ridono di gusto, non avevo dubbi. E' una battuta che avrebbe tanto voluto fare lui.

A malincuore il giro con John termina, i nostri bagagli sono già nel SUV che ci aspettano, insieme al frigo di polistirolo e a dei Muffin al cioccolato dal peso specifico di un lantanide.

Ci lasciamo alle spalle un posto indimenticabile, la prossima volta che ci verrò (semmai ci sarà una prossima volta) vorrò farlo a cavallo.

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