Welcome to Marlboro Country

usaflag

cameraLink alla Gallery Fotografica

Gli Stati Uniti mi hanno sempre affascinato, un territorio vastissimo con una varietà di paesaggi incredibile.

Vaste pianure coltivate, montagne, laghi, metropoli, deserti.

E' sicuramente lo stato degli eccessi e delle contraddizioni.

Degli Stati Uniti avevo solo visto New York City, ma diciamolo: nonostante sia una città incredibile, di Stati Uniti ha davvero poco.

Tre mesi non mi basterebbero per visitare tutti i posti degli States che vorrei. Cosa vedere quindi? Il parco dello Yellowstone? I grandi laghi del nord con le cascate del Niagara? La east cost dalle Florida Keys, passando per Miami, Washington e Boston? Gli stati del sud dove è nato il blues? L'ovest e i suoi parchi?

Ecco, si, l'ovest, o meglio il west e midwest offrono tante mete in uno spazio relativamente piccolo.

Ho degli amici che hanno fatto questo viaggio anni orsono e tutti ne parlano molto bene. Andrea, il farmacista, ci è andato tanti anni fa, quando internet, gli smartphone e il navigatore satellitare erano ancora delle semplici idee. L'amico Sandro invece ha ben documentato il viaggio nei suoi diari, Denise invece ci è andata in viaggio di nozze e l'album del suo viaggio è stato forse quello che ha decretato che la meta del 2010 sarebbe stato appunto l'ovest degli Stati Uniti con i suoi parchi naturali e le città.

Come nel 2008 e in tantissime altre vacanze, mio compagno di viaggio sarà Stefano (Steno), questa volta affiancato dalla sua ragazza.

Una delle cose più belle dei viaggi è l'organizzazione. Sere passate al PC per trovare il periodo migliore, il volo più economico e diretto, le cose da vedere, gli alberghi da prenotare.

Una volta deciso l'itinerario ha inizio l'emorragia di denaro che fluirà dalle nostre carte di credito ad ogni prenotazione: voli, alberghi, ingresso ai parchi, noleggio vettura, elicottero.

L'itinerario che seguiremo sarà indicativamente:

  • San Francisco
  • Yosemite
  • Death Valley
  • Las Vegas
  • Bryce Canyon
  • Arches and Canyonlands
  • Monument Valley
  • Page con Lake Powell e Antelope Canyon
  • Grand Canyon
  • nuovamente Las Vegas
  • Los Angeles
Print

L'itinerario è deciso, prenotiamo gli alberghi, facciamo l'assicurazione e prenotiamo la vettura.

Per il noleggio della vettura abbiamo usato Xploreamerica, è un sito specializzato in tour e noleggi negli Stati Uniti. Per quanto riguarda i noleggi si servono di Hertz. La comodità di questo servizio è di avere un supporto italiano anche all'estero. Per circa 700€ (poco più di 230€ a testa) noleggiamo un SUV 4x4; visto l'elevato numero di chilometri (o miglia) che andremo a percorrere vogliamo stare comodi e non aver problemi in caso di percorsi fuoristrada.

Abbiamo prenotato il prenotabile con largo anticipo e ora non ci resta che attendere il grande giorno.


La nebbia estiva

Ci siamo, si parte.

Carichiamo la Mazda 3 di Steno e  ci dirigiamo a Malpensa dove ci attende il volo per Düsseldorf dove faremo scalo.

Il volo di andata è un Air Berlin che fa Milano Malpensa - San Francisco con scalo a Düsseldorf. Il volo parte il pomeriggio e dovremo fermarci a Düsseldorf per dormire e prendere il volo per San Francisco la mattina dopo.

Poco male, non mi dispiace spezzare il viaggio in due parti, si ha modo di arrivare a destinazione non troppo stanchi.

Il volo intercontinentale di circa 10 ore è tranquillo, si mangia (male), si dorme (poco) e si vedono film (in tedesco o inglese). Quando il monitor LCD sopra la mia testa segna che siamo quasi arrivati a destinazione guardo fuori dal finestrino e vedo la città proprio davanti a noi, sale l'adrenalina e non vedo l'ora di atterrare.

Dopo i controlli di rito all'aeroporto andiamo a ritirare la vettura allo sportello Hertz. Ci vengono consegnate le chiavi e sottoscriviamo una ulteriore assicurazione da pochi dollari al giorno, non si sa mai (per la serie: facciamoci fregare questi dollari).

E' ora di ritirare la vettura, scendiamo nei parcheggi e, come consigliatoci dalla signora alla reception, pigiamo il tastino sul telecomando per vedere qual è la nostra macchina.

Dal fondo del garage vediamo illuminarsi le quattro frecce di un suv davvero grande. Possibile che sia il nostro? Ebbene si, abbiamo uno Chevrolet Traverse LT nuovo di pacca (ha fatto 20 miglia in tutto) tutto per noi.

Ci immergiamo subito nel traffico di S.Francisco e buona parte del tragitto che ci porta in albergo lo facciamo a passo d'uomo.

Alloggiamo all'Hotel Des Arts, hotel molto particolare dove le camere sono dipinte da artisti locali e l'arredamento è praticamente in vendita: quadri, soprammobili ecc. Loro lo definiscono Art Gallery Boutique Hotel. A me tocca questa camera. Rispetto alle altre non è bellissima ma è comunque confortevole. L'hotel è situato nel quartiere francese proprio davanti alla porta di Chinatown, la più antica tra le chinatown statunitensi e la più grande comunità cinese al di fuori dell'Asia.

Qui rimarremo due notti.

Dopo esserci accomodati nelle camere, scendiamo in strada e ci facciamo il classico giro a casaccio del primo giorno. Visto che siamo atterrati il primo pomeriggio, non sapevamo a che ora saremmo arrivati in albergo, eravamo stanchi dal viaggio e abbiamo quindi deciso di non organizzare nulla. Reflex al collo e via a zonzo per il centro della città, senza una meta precisa. Andiamo verso Est e raggiungiamo Embarcadero, risaliamo poi per la centralissima Market Street e mi fermerò al vicino Apple Store per comprarmi l'ennesimo gadget tecnologico. Non ci facciamo mancare il giretto sul Cable Car, il famoso tram che si vede in tutti i film ambientati in questa bellissima città, e assistiamo al cambio di direzione alla fermata di Union Square. Il tempo vola e tra una foto e l'altra ci ritroviamo al Fisherman's Warf, un quartiere turistico che offre molte attrazioni, tra cui il museo della marina militare e tanti ristoranti lungo il porto che servono frutti di mare, vongole, ma soprattutto la zuppa di Granchio di Dungeness servita dentro una forma di pane scavata a mò di tazza. Davvero buona.

Torniamo in albergo, è ora di andare a dormire e siamo davvero esausti.

Il giorno dopo ci svegliamo presto, ci attende la visita al penitenziario più famoso del mondo: Alcatraz.

Il breve tragitto in barca che ci porta sull'isola è abbastanza movimentato. Le correnti che entrano ed escono dalla baia sono davvero fortissime, sembra quasi di attraversare un fiume in piena più che una baia. Dal porticciolo saliamo a piedi fino all'ingresso del penitenziario dove la guida ci parla di quando è stato costruito, come si è evoluto e di un misterioso braccio sotterraneo dove sembra siano morti parecchi detenuti. Per queste cose gli americani (intesi come statunitensi) non hanno eguali: drammaticità e show per ogni singola cosa, e te la riescono a vendere pure bene. Prendiamo l'audio-guida italiana e iniziamo il tour. Attraversiamo le cucine, le docce, gli uffici delle guardie, la stanza di controllo degli allarmi e imbocchiamo "Broadway". Broadway è il corridoio principale del braccio dove tutti i neo detenuti devono passare, circondati da celle su più piani venivano salutati più o meno "calorosamente" dai vecchi detenuti.

Mi sembra di essere dentro al film "Fuga da Alcatraz" tanto che provo ad immaginarmi la vita dentro le celle (visitabili), le punizioni dentro le celle di isolamento (davvero piccole e anguste), il caos in mensa e le liti nel grande cortile nell'ora d'aria.

Ovviamente la guida spiega come tre detenuti riuscirono ad evadere dal carcere. La storia è vera ed è quella che ha ispirato il film. Con nostra sorpresa le celle degli evasi sono rimaste tali e quali, pure la testa di cartapesta usata come diversivo è rimasta nella cella originale. Ripeto che 'sti americani hanno un talento innato per lo show.

Dopo Alcatraz torniamo a Downtown per visitare il Japanese Tea Garden. I giardini sono bellissimi, curati maniacalmente ma sono molto piccoli. Verso metà pomeriggio ci separiamo. Steno e la sua ragazza vanno a vedersi una partita di Baseball, io invece me ne vado a zonzo per i Pier. Mi fermo a fare le foto di rito al Pier 39, quello dei leoni marini. Arrivo fin quasi sotto il Golden Gate Bridge e me ne torno indietro, si è fatta sera, il tramonto è uno spettacolo e la baia si accende con i colori caldi del sole all'orizzonte. Alcuni negozianti del posto mi dicono che è abbastanza raro vedere un tramonto del genere nella baia. Mi aspettavo infatti la famosa nebbia che ammanta la città in tutti i periodi dell'anno e che avvolge il Golden Gate, sono un pochino deluso.

Ceniamo in uno dei tantissimi ristoranti di Chinatown con del buon sushi.

La mattina successiva è tempo di lasciare l'hotel, andiamo a prendere la macchina e con piacere noto che verso la baia c'è un pò di nebbia. Attraversiamo il Golden Gate Bridge nel momento in cui si dirada la nebbia e il sole scalda la città. Non c'è che dire, il Golden Gate nella nebbia ha il suo triste fascino. Ci fermiamo ai piedi del ponte ma non è qui che voglio andare. In un sacco di film ho visto il ponte ripreso dall'alto e da ovest verso est. L'unico posto plausibile è una collina a nord-ovest del ponte. Su google earth si vede una strada che porta in cima alla collina dove è arroccato un piccolo bunker. Dopo aver sbagliato una prima volta strada arriviamo alla meta. Parcheggiamo lo Chevrolet Traverse e ci incamminiamo su un brevissimo sentiero che porta in cima alla collina, poco a poco la maestosità del Golden Gate Bridge ha la meglio sulla baia. E' una costruzione davvero immensa, vista da quella posizione ci si rende conto della mole di lavoro che ci deve essere voluta per costruirlo e per mantenerlo. La nebbia che quasi ogni mattina lo avvolge è ricca di salsedine che pian piano intacca il metallo del ponte. Peccato per il forte vento che soffia dall'oceano che non ci fa godere appieno lo spettacolo.

Prima di lasciare la città vogliamo assolutamente percorrere Lombard Street, nel tratto che l'ha resa famosa.

Usciamo dalla città attraversando l'Oakland Bay Bridge. Non è ancora il momento di dire addio a S.Francisco, prima vogliamo visitare la portaerei USS Hornet, ormeggiata ad Est della baia e trasformata in un museo. Vista breve ma carina. Il caldo inizia a farsi sentire, è tempo di lasciare la città e dirigerci a sud, un lungo viaggio ci aspetta e quindi facciamo come tutti gli americani che si rispettano quando viaggiano in auto: ci compriamo un box in polistirolo al primo wallmart, lo riempiamo di ghiaccio e ci mettiamo dentro acqua e qualcosa da mangiare. Sarà il nostro frigo per tutta la durata del viaggio.


Cascate, laghi, torrenti, flora e fanuna nella Sierra Nevada

Con S.Francisco ormai alle spalle e il frighetto di polistirolo carico, percorriamo la lunga strada che ci porterà nel parco nazionale di Yosemite. Simbolo del parco è l'Half Dome, un monte in granito, a forma di panettone ma tagliato in due longitudinalmente a formare una parete verticale grandissima e altissima, meta di molti scalatori che la percorrono in più tiri fermandosi spesso la notte con la tenda appesa in parete, davvero molto suggestivo.

Da S.Francisco fino alla cittadina di Merced è un susseguirsi di campi coltivati a perdita d'occhio. Il Traverse LT si rivela davvero comodo, con i grossi sedili/poltrona in pelle regolabili, molto spazio e il cruise control settato sempre 2 miglia all'ora in più rispetto al limite imposto dalle interstate. Ci siamo adeguati al traffico statunitense. Quello di due miglia pare il limite tollerato dalle pattuglie stradali, oltre, si viene fermati matematicamente; penso si potrebbe quasi socializzare con gli occupanti degli altri veicoli. Praticamente becchi uno davanti a te 20 metri, e te lo tieni per due ore sempre lì davanti a 20 metri.

A Merced si svolta verso est e il paesaggio inizia a mutare. Le distese coltivate lasciano spazio ad uno scenario di dolci colline ricoperte di vegetazione seccata dal sole. La dominante verde lascia per qualche miglio spazio alla dominante giallo-ocra. Solo quando la strada inizia a salire verso la Sierra Nevada torna il verde, ma questa volta diverso, un classico verde montano dove si mescolano latifoglia ad aghifoglia.

Il torrente che la strada costeggia è il Merced River. Su google earth sembra un piccolo corso d'acqua, ed effettivamente dovrebbe esserlo, non fosse per il fatto che siamo in pieno disgelo e la portata d'acqua è davvero enorme; un serpente che si snoda inquieto e spumeggiante.

La Sierra Nevada, nella parte dello Yosemite è una catena montuosa prettamente granitica, anche la parte dove attacca la vegetazione, costutita prevalentemente da aghifoglia tra cui le possenti sequoie, ha poco sottobosco. Nei primi mesi invernali le correnti calde cariche d'acqua del Pacifico si scontrano con le fredde correnti del nord che arrivano dal Canada; la quantità di neve che cade su Yosemite è davvero incredibile, si parla di decine di metri ogni inverno. Il disgelo solitamente comincia a fine primavera o inizio estate. A fine giungo 2010 eravamo ancora in pieno disgelo, tanto che Tioga Pass era stato aperto solo da pochi giorni, prima era impraticabile per la neve. Decine di metri di neve che si sciolgono su un terreno granitico che assorbe poca acqua crea inevitabilmente cascate e torrenti ovunque. Le radure del fondovalle sono delle paludi che si asciugheranno solamente a metà luglio. Lo spettacolo che vediamo arrivati all'ingresso del parco è davvero magnifico, sembra quasi di essere a "Gran Burrone" (per i patiti de "Il Signore degli Anelli").

Per me che vivo in mezzo alle Dolomiti non fa strano vedere animali che attraversano le strade (cerbiatti, volpi, caprioli), fa strano invece vedere il quantitativo incredibile di fauna che popola queste foreste di sequoie. Essendo parco naturale è vietata la caccia e quindi gli animali vivono indisturbati a stretto contatto con gli esseri umani, tanto da non aver quasi più paura. Cervi e cerbiatti si lasciano avvicinare fin quasi a toccarli, gli scoiattoli ti si arrampicano fino in testa per predere qualcosa da mangiare.

Il nostro alloggio è lo Yosemite View Lodge, proprio sulle rive del Merced, a poche miglia dall'ingresso del parco e del bivio che porta a Tioga Pass. Il Lodge è carino e la nostra stanza non è male, così come non si mangia male al ristorante. Non manca molto al tramonto nel nostro primo giorno a Yosemite, vogliamo quindi vedere le sequoie giganti. Il tour ci porta lontano dall'ingresso di Sequoia National Park ma anche qui questi giaganti non mancano. Ci addentriamo un pò nel bosco che è molto simile ai nostri dolomitici. Solo le dimensioni degli alberi sono ovviamente molto diverse. Incrociamo una famiglia di cerbiatti che sornioni ci passano accanto senza degnarci di uno sguardo, da noi non si sarebbero nemmeno fatti vedere, o quasi. Affascinati da questi giganti di legno non ci accorgiamo del passare del tempo, è quasi il tramonto, è meglio non rischiare di rimanere nel bosco di notte vista la presenza di orsi e puma. Non facciamo nemmeno in tempo ad arrivare in auto che scorgiamo un Ranger che ci intima di muoverci perchè ci sono degli orsi nei paraggi. Appena sbuchiamo dal bosco vediamo alcuni passanti fermi sul ciglio della strada che guardano verso una piccola radura. Vicino a loro un Ranger indica con la mano poco più avanti. Un "OOOoooohhh!!!!" si leva dai turisti (noi compresi) quando vediamo un cucciolo di Grizzly far capolino dal bosco, attraversare la radura brucando un pò di erba e fermarsi a guardare incuriosito la piccola folla che si era formata. Dopo pochi minuti riprende il suo cammino scomparendo nel bosco da dove era venuto. Per me che ho sempre visto questi magnifici animali rinchiusi in una gabbia (vedi il buon vecchio Orso Pippo al parco Petrarca di Bolzano) o limitati in qualche zoo, veder scorazzare l'orsetto è stato emozionante. Sulla strada del rientro rimaniamo incantati a guardare il tramonto che infiamma l'Half Dome; nei posti tattici si piazzano diversi turisti (molti dei quali giapponesi) con il trepiedi, scatto remoto e portatile: il tutto per immortalare un time lapse suggestivo.

Torniamo al lodge che è già abbastanza tardi, facciamo in tempo solo a mangiare una pizza che non è nemmeno da buttare, due chiacchiere nel giardino e pianifichiamo la giornata successiva.

Giornata che inizia prestissimo, la nostra meta è la Vernal Fall, una delle cascate più grandi dell'intero parco.

Dopo un trekking di un paio d'ore siamo ai piedi della cascata, io sono sfinito in quanto mi sono caricato in spalla 15 chili di attrezzatura, imparando a mie spese che avrei potuto portarmi qualcosa di meno, e così farò. E' grazie a Steno che riuscirò a salire fino in cima, il quale si carica lo zainone per l'ultimo tratto di percorso: dei gradoni di porfido e granito che scalano il fianco sinistro della cascata. Il rombo è assordante, la terra trema quasi sotto i nostri piedi. Raggiungiamo la cima e la fatica fatta viene ampiamente ripagata. Siamo totalmente bagnati, il pulviscolo d'acqua ci ha letteralmente annegati ma sono contento di vedere che la "tropicalizzazione" della 7D mi permette di continuare a scattare. Stendiamo le nostre magliette ad asciugare e ce ne stiamo al sole che ormai è a picco sulle nostre teste. Dopo esserci riposati un pochino ci gustiamo lo spettacolo e ci avviciniamo al baratro ruggente. L'acqua ha scavato il granito disegnando uno scivolo naturale, come un immenso parco acquatico per giganti. Risaliamo il torrente lungo la riva granitica e priva di sponde, facendo slalom tra scoiattoli e picchi blu che si litigano il cibo offerto dai turisti. Ci piacerebbe proseguire il cammino, con altre due ore di camminata arriveremo ai piedi dell'Half Dome dove una ripida scala per ferrate ci porterebbe in vetta; non abbiamo tempo, abbiamo i minuti contati purtroppo e poi sono molto stanco, non ce la farei a proseguire il lungo cammino.

Prima di partire per un altro lungo tragitto in macchina ci fermiamo a mangiare in uno dei molti ristorantini del parco, ordino un hamburger che si rivelerà squisito. Metà delle mie patatine se le pappa lo scoiattolo di turno.

Saliamo in macchina con l'idea che trascorrere qualche giorno in più a Yosemite sarebbe bellissimo, chissà, magari in un futuro viaggio... Yosemite e Yellowstone? Chissà!

Torniamo sui nostri passi e iniziamo a salire la strada che ci porta agli oltre termila metri del Tioga Pass, ai bordi in alcuni tratti c'è ancora più di un metro di neve. Vediamo la Yosemite Valley in tutta la sua estensione e la schiena dell'Half Dome che sovrasta la vallata. Che spettacolo!

Tioga Road prosegue in discesa serpeggiando tra montagne di granito e laghi di cristallo fino a Mono Lake, un lago famoso per le torri di tufo che popolano le sue rive. Il paesaggio cambia ancora una volta, estese praterie a destra e sinistra della interstate ci accompagnano verso sud, si trasformeranno in campi di sterpaglia miglio dopo miglio fino ad arrivare al nostro prossimo stop: Lone Pine.


La Valle della Morte

Lone Pine è un piccolo paesino che conterà forse 2000 abitanti (1655 secondo Wikipedia che prende spunto dal censimento fatto nel 2000), è situato ai piedi delle Alabama Hills, montagne famose per essere state scenografia di molti western anni '60 e '70. John Wayne era di casa da queste parti. La guida Lonely Planet ci consiglia di mangiare al ristorante Mt. Withney, tipico ristorante americano famoso per il suo Hamburger di Bufalo. Io provo quello di Bisonte, ed è davvero squisito, ora capisco perchè li hanno sterminati ;)

Alle pareti del ristorante sono appese foto incorniciate di vecchi attori dei film western che sono passati di lì. Dormiamo in un Best Western, Lone Pine non offre poi molto, non ci è andata male, posto onesto e non caro.

Ci svegliamo molto presto perchè non vogliamo attraversare la Death Valley in pieno giorno, anche se la nostra macchina è nuova vorremmo evitare di surriscaldarla. Saliamo nel SUV poco dopo l'alba. Prima di scendere a Panamint Springs ci fermiamo ad ammirare la valle sottostante: Panamint Valley. Sembra quasi la prima discesa delle montagne russe: giù in picchiata per poi risalire. Così attraversiamo Panamint Valley; poche miglia dopo un altro spettacolo ci attende. Sono circa le otto del mattino quando scendiamo dal SUV e ci facciamo due passi addentrandoci dentro le Sand Dunes, il termometro segna 38°C. Il sole picchia già a quest'ora, non voglio immaginare a mezzogiorno cosa può essere. Ci sono altri due posti nella Death Vally che vogliamo visitare. Il primo è a poche miglia dalle Sand Dunes, dopo il paese di Furnace Creek. Il maestro Michelangelo Antonioni girò uno dei suoi capolavori proprio in questa località della Death Valley: Zabriskie Point.

C'è un piccolo parcheggio dove poter lasciare la macchina e una piccola stradina in salita porta al View Point su Zabriskie. Siamo solo noi, come direbbe Vasco. Il silenzio è assordante, non c'è vento, non c'è nessuno nel raggio di miglia; se sussurriamo ci sentiamo a metri di distanza. I colori giallo, ocra, marrone, rosso, arancio, nero, grigio e bianco delle conformazioni rocciose di Zabriskie contrastano con l'intenso blu del cielo. Non resisto alla tentazione e corro tra una collina e l'altra, come facevano i protagonisti del film. Il silenzio è interrotto solo dai nostri passi e dalle macchine che percorrono la interstate poco distante. Il caldo si fa davvero intenso, non ci si rende conto perchè è secchissimo e credo ci sia un tasso di umidità pari allo 0%, ma la pelle scotta.

L'ultima deviazione che facciamo è a Dante's View, un viewpoint a circa 1600 metri sulle montagne che dominano Badwater, la depressione della Death Valley. Badwater è un bacino endoreico, si trova 86 metri sotto il livello del mare ed è il punto più "basso" di tutto il Nordamerica. Perchè Dante's View? Riporto esattamente quanto contenuto su Wikipedia:

"Nell'aprile del 1926, alcuni sovraintendenti di finanza della Pacific Coast Borax Company e uomini d'affari della ferrovia informati del potenziale turistico della Valle della Morte, stavano cercando una posizione con la migliore vista sulla Valle della Morte. Avevano quasi scelto Chloride Cliff nelle Funeral Mountains quando l'aiuto sceriffo di Greenwater, Charlie Brown li portò su questo picco a poca distanza sulle Black Mountains. Il gruppo immediatamente si convertì e chiamò questo punto Dante's View.

La terrazza Dante's View, a metà fra terra e cielo, è come una terrazza del Purgatorio, dunque il Devil's Golf Corse rappresenta il fondo dei gironi dell'Inferno e Telescope Peak è la settima e ultima terrazza del Purgatorio prima delle sfere del Paradiso."

Sulla strada per Dante's View vedo per la prima volta i Roadrunner, dei piccoli pennuti che nonostante siano in grado di volare preferiscono spostarsi "correndo" e lo fanno molto velocemente.

E' con la veduta dalla terrazza di Dante che abbandoniamo la Valle della Morte, destinazione Las Vegas.

Prima di arrivare a Vegas però ci lasciamo scappare un crocevia interessante sulla interstate, quello che porta all'Area 51.


Fate il vostro gioco!

In Nevada il limite di velocità sulle interstate passa da 70 miglia ad 80 miglia all'ora, impostiamo la nuova velocità sul cruise control e facciamo solo una piccola pausa "idraulica" prima di rimetterci in viaggio.

Arrivando da Nord, Vegas, non si mostra subito. In lontananza scorgiamo decine e decine di linee eltrettiche sorrette da centinaia di altissimi tralicci, un groviglio di metallo scuro su colline totalmente brulle. E' solo un paio di miglia dopo che vediamo Las Vegas, una grande città in mezzo al nulla. Sosteremo due notti a Vegas ma in giorni differenti, quando il tour ci riporterà nella capitale del gioco d'azzardo.

Appena entrati a Vegas decidiamo di fare un pò di shopping prima di andare in albergo, tappa quindi al Las Vegas Outlet North. Un outlet molto simile a quelli nostrani, con i prezzi però leggermente più bassi.

In questo primo soggiorno alloggiamo al Luxor Hotel, all'inizio della "Strip". E' il famoso hotel in stile egiziano, quello con la grossa piramide di vetro nera. Come tutti gli Hotel della Strip, il Luxor, è prima un casinò. Tutto gira intorno alle grandi sale da gioco che stanno al centro. Praticamente sono tutti strutturati nello stesso modo: se vuoi andare da A a B devi passare per forza per la sala da gioco. La particolarità di questo Hotel è la Hall, la più grande al mondo, effettivamente fa impressione vederla quasi al centro della piramide con tutte le camere disposte sulle facce e sugli angoli. Sono proprio le stanze agli angoli che abbiamo prenotato, allo stesso prezzo delle altre sono molto più spaziose. Spaziose ok, ma non credevo così tanto. Gli ascensori che salgono alle stanze sono ovviamente inclinati e vengono chiamati "Inclinator". La mia camera è all'angolo opposto rispetto a quella di Steno e l'albergo è così grande che per andare da una stanza all'altra ci vuole un quarto d'ora buono, non scherzo.

Ogni Hotel è una piccola città del divertimento con ovviamente il casinò al centro di tutto, il resto è un insieme eterogeneo di ristoranti, negozi, attrazioni, teatri. E' il regno del Kitsch. In ogni hotel si può ovviamente entrare, andare a zonzo per i negozi, mangiare nei ristoranti e ovviamente giocare. Ci hanno consigliato di mangiare nei due ristoranti a buffet migliori: Bellagio e Treasure Island. Optiamo per il Treasure Island in quanto per raggiungerlo dobbiamo percorrere quasi tutta la Strip. E' quasi il tramonto, il caldo a Vegas è soffocante e c'è molta afa. Nella nostra passeggiata abbiamo modo di visitare alcuni Hotel e ovviamente la spettacolare danza delle fontane del Bellagio. Particolarmente kitsch è il The Venetian Hotel con la ricostruzione del canal grande (navigabile) all'interno dell'albergo. Fanno specie i gondolieri che trasportano coppie di anziani cantando "O' sole mio", avrei capito "La biondina in gondoleta", ma "O' sole mio" proprio non ci azzecca nulla. Gli americani hanno le idee molto confuse sulla nostra patria, e non solo su quello ;)

Prima di entrare al Treasure Island vediamo due spettacoli: l'eruzione del vulcano del Mirage e il mini musical piratesco del Treasure appunto. Dopo lo spettacolo facciamo la coda per entrare al buffet, non passa molto tempo che è il nostro turno. Beh, un buffet così non lo avevo mai visto. Sono presenti le cucine da ogni angolo del mondo: cinese, giapponese, brasiliana, greca, spagnola, italiana, argentina, francese... e puoi prendere ALL YOU CAN EAT!!! Io mi sono sfondato di crudità tra cui le chele dei buonissimi granchi imperiali, ne ho mangiate come non ci fosse un domani.

Dopo cena, tornare al nostro albergo è stato faticoso, tanto avevamo mangiato. Ma una bella passeggiata ci ha aiutato a smaltire un pò. L'articolo più trattato lungo la Strip è il sesso. Decine di "faccendieri" si avvicinano sbattendo plichi di minivolantini sulla mano; ogni volantino rappresenta un'agenzia di escort.

Il nostro interesse a questo punto si concentra sulle sale da gioco, cuore pulsante dell'economia di Vegas. La maggiorparte dei giocatori sono turisti provenienti da tutto il mondo, solitamente non puntano molto e non investono tanto denaro nel gioco. Per questa categoria infatti ci sono i tavoli con le puntate minime molto basse e puntate massime non elevatissime. Sono questi infatti i tavoli più popolati.

Sono sopreso di vedere comunqe tavoli con puntate di un certo "peso" frequentati sempre da due o tre persone. Si parla di puntate minime di mille dollari o più. Un riccone attempato in camicia e bermuda, circondato da quattro escort una più bella dell'altra, ha perso al Black Jack una cifra superiore al mezzo milione di dollari nel giro di mezz'ora senza battere ciglio. Mi rendo che di gente con la "pila" ce ne sta molta; per loro perdere mezzo milione di dollari è come per me perderne cinque. E' un pò uno schiaffo alla povertà, ma non sono un moralista e sinceramente, a Las Vegas, cosa potevo aspettarmi? Non sarà però questa sera che butterò all'aria i miei 50 dollari, ma la prossima settimana al Bellagio.

Torno nella mia stanza al Luxor, accendo il portatile e per curiosità guardo le temperature raggiunte nella giornata a Sand Dunes nella Death Valley. Alle ore 13:30 c'erano 51°C. Felice di essere nel mio lettone nella camera climatizzata mi addormento come un bimbo ma non prima di aver fatto un bel bagno con idromassaggio nel vascone ad angolo.


Il regno degli Hoodoos

Il viaggio verso Bryce Canyon ci brucia quasi un'intera giornata a causa di lavori stradali a Zion che rendono una lunga parte di strada (quella più tortuosa) a senso unico alternato. Peccato che per ogni turno a senso unico passi più di mezz'ora. Rimaniamo bloccati per più di due ore in fila. Zion National Park è per noi solo punto di passaggio, purtroppo due settimane sono il minimo sindacale per questo giro, e per forza si deve lasciare indietro qualcosa.

Il pensiero va a Bryce Canyon, speriamo di arrivare prima del tramonto per vedere gli Hoodoos baciati dalla dolce luce serale. Gli Hoodoos sono i pinnacoli che si formano a causa dell'erosione delle rocce sedimentarie. In Alto Adige abbiamo un fenomeno simile al Renon con le sue piramidi, che per quanto bello sia non può reggere il confronto con quello statunitense.

Arriviamo a Bryce giusto una mezz'ora prima del tramonto, che culo.

Ci precipitiamo subito su una delle terrazze per scattare qualche foto e godere dello spettacolo che ci si presenta davanti e poi, stanchi dal viaggio, andiamo in albergo.

E' il Best Western Plus Ruby's Inn che ci ospita questa notte.

La camera è molto carina con vista sul laghetto, è dal balcone che vediamo gli ultimi istanti che il sole ci regala. La temperatura scende rapidamente, non sembra nemmeno di essere in estate, è più aria di fine autunno.

Mangiamo una buonissima bistecca alla Steak Room in una sala davvero molto bella, tutta in legno.

Stanchi dal viaggio ma con la pancia piena ce ne andiamo a dormire.

Come tutte le mattine ci svegliamo molto presto, facciamo una ricca colazione e andiamo nuovamente al Canyon. Decidiamo di fare un pò do trekking tra i vari sentieri di Bryce. Scegliamo uno sentiero indicato come media difficoltà: il Navajo Trail.

Essendo presto siamo tra i primi della giornata a scendere e immergerci in questo posto davvero unico. E' sorprendete come la natura in anni e anni di movimenti ed erosioni abbia potuto creare un simile spettacolo. Ad inventarlo non ci si riuscirebbe. Ad ogni curva il sentiero ci regala vedute meravigliose, abbiamo anche una fortuna sfacciata col meteo, mai una nuvola in tutto il viaggio. Anche qui regna il silenzio, le poche persone che incrociamo sembrano rispettare questi angoli di quiete, ci si saluta come si fa da noi in montagna, ma qui con un semplice "Good Morning" appena sussurrato. Solo le termiti del legno fanno più rumore di noi, sembra un cantiere in piena attività. I sentieri del Canyon sono casa degli scoiattoli chipmunk, quelli piccolini con la striatura sulla schiena. Sono davvero simpatici ma molto diffidenti rispetto ai più grandi cugini di Yosemite.

A dire la verità, qualcosa che faceva più rumore c'era: un gruppo di turisti che invece di parlare normalmente urlavano nonostante fossero ad un metro uno dall'altro.

"Aoooo, ce lo dovevano dì che sto sentiero stava da 'sta parte, anvedi 'sti americani, mo' so' stanco de camminà, nun ce sta n' posto dove ce se pò rilassà?"

Li guardavano tutti malissimo, ad un signore che stava vicino a noi è uscito un: "Italians.... what do you espect?"

Mi sono vergonato tantissimo!

Risaliamo il sentiero che ci riporta alla macchina, purtroppo dobbiamo partire subito, ci aspetta forse la trasferta più lunga, probabilmente non la più lunga in termini di miglia percorse, ma di tempo impiegato.


Un mini Grand Canyon e il parco di Arches

Per arrivare a Moab da Bryce avremmo potuto andare subito a nord e collegarci con la Interstate 70 che taglia tutto lo Utah da ovest ad est. Ci avremmo impiegato sicruamente meno tempo ma la strada che abbiamo scelto noi era panoramica e ci ha fatto attraversare Capital Reef National Park, Mesa e il deserto di San Rafael.

Curioso è quando ci fermiamo nella cittadina di Hanksville per fare rifornimento. Sembra una città fantasma, pochissime vecchie case diroccate lungo la interstate. Buttati a casaccio vecchi trattori arrugginiti e inquietanti sculture di scheletri di animali fatte con dei vecchi pezzi di ricambio. Unica parvenza di civiltà sembra essere proprio la stazione di servizio, giusto all'incrocio tra la route 24 e la 95. A ben guardare anche la stazione di servizio cade a pezzi. Facciamo rifornimento, vado a pagare e il tizio alla cassa potrebbe essere il fratello di Jason Voorhees di Venerdì 13. Un omone enorme con un grosso handicap al volto che lo sfigura. Poverino mi ha fatto quasi tenerezza, ma magari è un serial killer: ocio a fermarvi ad Hanksville non si sa mai...

Ci rimettiamo in marcia verso nord, per incontrare la Interstate 70; attraversiamo il Deserto di San Rafael che si trova a circa 1500 metri d'altitudine. La strada è praticamente un lunghissimo rettilineo, credo il più lungo che abbia mai percorso, ad occhio, misurando su google Earth, potrebbe essere di circa 44 chilometri.

Entriamo nella interstate in direzione est e dopo poche miglia svoltiamo nuovamente verso sud, tra poco siamo a Moab e alloggeremo al Red Stone Inn Hotel. L'Hotel non è granchè, ma non costa molto e poi c'è la piscina.

Piscina? E' quello che credevamo noi e che c'era scritto su booking.com. La piscina è invece una vascaccia idromassaggio accanto alla lavanderia, al chiuso, con un caldo infernale e l'acqua ancora più calda. Entriamo in questa... cosa... ma ne usciamo quasi subito delusi e con una voglia matta di un tuffo in una vera piscina.

Arches National Park è la prima meta della mattina successiva. Ci dirigiamo verso nord e percorriamo solo poche miglia per entrare in questo parco molto particolare. La strada termina in un grande parcheggio da cui già si può ammirare la North Window e il Double Arch. Il parco è molto esteso e non facciamo in tempo a vedere tutto quello che ha da offrire. Riusciamo ad addentrarci un pochino a piedi fino al Sand Arch, un vero spettacolo della natura. Un arco in pietra levigata dal tempo che poggia le fondamenta in una sabbia desertica finissima e rossastra, il tutto all'interno di un angusto canyon dove a fatica si passa a piedi. In questo breve tragitto sono sicuro di aver sentito il sonaglio di un crotalo avvisarmi della sua presenza ma è durato pochi secondi, probabilmente è fuggito, per fortuna. Dopo il Sand Arch abbiamo uno scorcio dell'arco più famoso del parco: il Delicate Arch. Questo si trova molto lontano da dove siamo noi e il sentiero che ci porterebbe fin lassù è molto lungo e non abbiamo tempo. Tornando indietro passiamo quasi sotto alla Balanced Rock, un roccia delle dimensioni di un autobus appoggiata con la punta su di un calice di roccia molto sottile, quando verrà giù farà un botto mondiale. Non riusciamo a vedere nè il Tower Arch, nè Devils Garden e tantomeno le tracce dei dinosauri. Purtroppo sono tutti in punti remoti del parco e necessitano per forza di trasferte a piedi lungo i sentieri. Poco dopo mezzogiorno risaliamo sul SUV e andiamo a Canyonlands National Park. La strada ci porta ad una terrazza con vista sui tortuosi canyons: una specie di Grand Canyon, più piccolo ma con dei colori che il Grand Canyon non ha. Anche qui ci sarebbe la possibilità di scendere nel Canyon ma il tempo purtroppo corre veloce e dobbiamo ripartire. La prossima destinazione è quella che mi rimarrà più impressa nella mente e nel cuore.


Testimoni dei Navajo

Arriviamo alla Momument Valley da nord-est sulla Route 163.

Nonostante sia geograficamente in Arizona, essendo il parco di proprietà dei Navajo, ha l'ora UTC dello Utah.

La città più vicina al parco è Kayenta che dista circa 70 km a sud-ovest. Troppo lontano. Unico alloggio  all'interno del parco è il The View Hotel. Un Hotel di proprietà dei Navajo ed interamente gestito da loro. Per trovare posto in questo magnifico Hotel bisogna prenotare molti mesi in anticipo, ed è quello che abbiamo fatto.

Per raggiungere l'hotel dobbiamo pagare un pedaggio. Questo parco è l'unico non compreso nel pacchetto che avevamo acquistato online in quanto appunto non è un National Park, ma è di proprietà degli indiani Navajo.

L'hotel è magnifico. Sapientemente costruito per impattare il meno possibile sul paesaggio. Tutte le camere sono con vista sulla Valley, in questo caso possiamo proprio parlare di albergo con camere con vista panoramica: e che vista!

Manca ancora qualche ora al tramonto e visto che l'hotel è provvisto di Wi-fi faccio una videochiamata Skype a Mauro e gli chiedo se gli piace la vista dalla nostra camera ;)

Una delle cose che volevo fare era immortalare il tramonto sulla Monument Valley con un bel Timelapse. Preparo tutto: fotocamera, trepiede, pc portatile con software, scelgo l'inquadratura sui "testimoni" (le famose guglie di roccia dovute all'erosione), faccio partire una serie di prova e finalmente ci siamo. Il software scatta un fotogramma ogni 20 secondi per la durata di un'ora abbondante. Lascio che faccia tutto da solo, la configurazione è giusta, l'esposizione pure. Ce ne andiamo quindi a cena e ci godiamo lo spettacolo dalla terrazza comune dell'hotel.

Andiamo a letto molto presto perchè il giorno precedente avevamo preso appuntamento con John, un Navajo che ci avrebbe portato a fare un tour per il parco. Per la modica cifra di 70$ a testa (porc...) possiamo entrare nel cuore del parco dove altrimenti ci sarebbe vietato. Il suo consiglio è quello di partire prima delle sei del mattino in modo da goderci l'alba da dentro il parco.

Prima di addormentarmi vado a controllare quello che è stato salvato sul pc. ORRORE!!!!! Il netbook era andato in stand by interrompendo il timelapse a metà. Mi ero dimenticato di togliere le impostazioni di risparmio energia quando il portatile è collegato alla rete elettrica. Un bestemmione ululato verso la valley fa scappare tutti i coyotes nelle vicinanze.

Mi metto a letto sfogliando a mente tutto il calendario di Frate Indovino apostrofando i Santi. La Madonnina non sarebbe contenta di sapere cosa ho pensato del suo figliolo.

Ci presentiamo all'appuntamento con John alle cinque e mezza e noto con molto piacere che siamo solamente in quattro: Steno, la sua ragazza, una turista americana discretamente topina (che non fa mai male) e il sottoscritto: ancora incazzato a morte per la disavventura informatica della sera prima.

Saliamo sulla Jeep scoperta ed entriamo nel parco che è ancora buio seguendo una strada sterrata illuminata solo dai vecchi fari del 4x4. John inizia a raccontarci del suo popolo, della sua terra e ovviamente del significato spirituale di ogni "testimone" attraverso un altoparlante più vecchio del mondo. La sua voce già segnata dal numero incontenibile di sigarette che fuma viene resa ancora più agghiacciante dall'altoparlantino di cartone, ma comunque è comprensibile.

Finalmente il cielo si schiarisce che siamo già in mezzo al parco e non c'è nessuno al di fuori di noi cinque. John ferma la Jeep e contempliamo il sole che fa capolino all'orizzonte mentre gioca a nascondino dietro ai "testimoni". Penso di non aver mai visto uno spettacolo così bello in tutta la mia vita. John ci racconta della sua vita e di quella della sua famiglia, è orgoglioso dei suoi figli che sono all'università ma si rammarica di non aver nessuno che possa mandare avanti la sua casa in mezzo al parco dopo di lui. Forse suo figlio, più avanti, chissà. La casa di John è un piccolo parallelepipedo che scorgiamo in mezzo alla prateria circondato da pecore e qualche cavallo. E' lì che vive con sua moglie. Dice che vivono con quello che gli offre la terra e dal prodotto dei suoi ovini, fare la guida gli serve per arrotondare. Sinceramente, visti i prezzi, mi sa che arrotonda con le bestie ed è grazie ai soldi dei turisti che è riuscito a mandare i suoi figli all'università.

Siamo già a metà del giro e finalmente vediamo i primi turisti spuntare nel parco, accompagnati anche loro dalle guide. E' qui che assisto alla scena più trash del viaggio. Un indiano a piedi è accompagnato da un cavallo tutto attrezzato come nei film di Sergio Leone con tanto di fucile Winchester a leva sistemato nella fondina. Un giapponese, vestito come Henry McCarty, aka William Bonney, aka Billy The Kid; sale in groppa al cavallo, estrae il fucile dalla fondina e si fa fare le foto più trash mai viste. Rido di gusto vedendo la scena e John comprende il quadro della situazione e ci dice che i giapponesi insieme ai tedeschi sono quelli a cui piacciono di più queste cose.

C'è un posto, all'interno di un "testimone", chiamato Eagle Eye che visitiamo. John ci fa scendere dall'auto e ci fa entrare in questa grande grotta. Non è propriamente una grotta, è più una rientranza nella parete, è come se un gigantesco cucchiaio avesse scavato in profondità un Creme Caramel dal lato. John ci fa sdraiare e ci racconta di come i suoi avi, come passatempo, avessero quello di dare delle sembianze ai testimoni: "Solitamente da bambini giocavate a dare una forma alle nuvole, noi lo facciamo con la terra". Ci dice che anche la musica è importante per il suo popolo; quando finalmente siamo sdraiati all'interno di questo incavo nella roccia ci dice di guardare in alto mentre lui sfodera un flauto indiano e inizia a suonare una vecchia melodia popolare. Sulla volta della caverna c'è un foro del diametro di diversi metri che ci permette di vedere il bellissimo cielo blu sopra di noi. Ma la cosa più bella è la conformazione delle rocce della caverna che circondano il foro, sembra di vedere la testa di un'aquila e il foro è l'occhio: ecco perchè si chiama Eagle Eye questo posto.

Dopo aver finito di suonare ci dice che anche le pietre suonano e fanno musica; raccoglie da terra due sassi, li lancia come se fossero due dadi. Noi aspettiamo una sua parola, parola che non tarda a venire: "Avete sentito?".

Dubbiosi, gli chiediamo: "Cosa?". "The Rolling Stones!" dice non trattenendo le risate. Mi rendo conto che un antenato di Gino Bramieri deve essere passato da queste parti in epoche remote. Io e la ragazza americana ci scambiamo uno sguardo d'intesa che esprime tutto il nostro imbarazzo sulla battuta. Steno e la sua ragazza, invece, ridono di gusto, non avevo dubbi. E' una battuta che avrebbe tanto voluto fare lui.

A malincuore il giro con John termina, i nostri bagagli sono già nel SUV che ci aspettano, insieme al frigo di polistirolo e a dei Muffin al cioccolato dal peso specifico di un lantanide.

Ci lasciamo alle spalle un posto indimenticabile, la prossima volta che ci verrò (semmai ci sarà una prossima volta) vorrò farlo a cavallo.


La disavventura della lotteria

C'è un posto, vicino a Page (Arizona) che si chiama The Wave. E' situato a poche miglia dall'area di Coyote Buttes North.

Per poter entrare nelle aree di Coyote Buttes (sia Nord che Sud) c'è bisogno di un permesso. Questo permesso lo si ottiene in un solo modo: attraverso una lotteria.

Spendendo 5$ a testa (ora 7$) è possibile acquistare un bilgietto. L'estrazione viene fatta qualche mese prima del giorno scelto per l'escursione. Sono ammesse massimo 20 (VENTI) persone in tutto al giorno, tra Coyote Buttes North & South. Venti persone per circa cinquemila richieste. Praticamente impossibile.

Volendo c'è un altro modo: bisogna presentarsi all'ingresso dell'area, all'ufficio dei Rangers il giorno prima del giorno in cui si vorrebbe provare ad entrare. A questo punto, se qualcuno ha disdetto, viene fatta un'altra estrazione tra le persone che si sono presentate all'ufficio. Una follia.

Purtroppo, quando abbiamo prenotato gli alberghi, non potevamo sapere se almeno uno di noi sarebbe riuscito ad andare, abbiamo quindi prenotato due notti a Page in modo da poter visitare The Wave un giorno (si certo, come no) e Antelope Canyon quello successivo.

La fortuna non ci ha assistito (ma va?) e ci siamo giocati un giorno che avremmo potuto utilizzare a Yosemite piuttosto che ad Arches o nel Grand Canyon. Vabbeh, non si può mica avere tutto no? Alla fine stiamo vivendo una bellissima esperienza e stiamo vedendo dei posti incredibili che forse non vedremo mai più.

Arrivamo quindi a Page con molta calma, visitiamo la diga di Glen Canyon che con la sua costruzione ha creato il Lake Powell. Dopo la visita veloce facciamo il check-in nel posto peggiore di tutto il viaggio presso l'America Best Value Inn.

Purtroppo ci dormiremo pure due notti. Visto che il primo giorno non abbiamo nulla da fare decidiamo di rilassarci a Lake Powell e fare un bel bagnetto. La giornata è bellissima (come sempre), indossiamo i costumi, prendiamo i teli da mare e scendiamo alla prima spiaggetta che vediamo. La spiaggia è in una piccolissima ansa riparata, ci sono solo due signore che fanno il bagno. Fuori è davvero caldo, lancio le infradito e metto i piedi nel lago. A momenti mi piglia un colpo. L'acqua è freddissima, ma ormai sono lì e non mi tiro indietro: mi tuffo ma esco subito, è davvero troppo fredda. Le due signore invece non sembrano subire gli effetti del gelo dell'acqua, sono a bagno sedute nelle loro poltrone gonfiabili con tanto di portabevanda nel bracciolo. Il lago è trafficato da barche di ogni genere e categoria, tra cui degli offshore da centinaia di cavalli che sfrecciano a mille all'ora non curanti nè delle barche più piccole, nè dei bagnanti. Mi posso solo immaginare il numero di incidenti che capitano ogni anno.

La sera ceniamo da Ken's Old West Steakhouse. Un posto carino, in perfetto stile western con musica dal vivo. Questa sera c'è un gruppo pure bravino e la gente balla i classici balli country line dance con tanto di "YYYYYHHHAAAAA!" e cappelli che volano. Mangio una buona bistecca anche se non eccezionale, la Apple Pie invece è buonissima. Il personale è simpatico ma il prezzo è leggermente elevato.

Vicino al ristorante c'è un Bowling, dai che ci facciamo una partita. Appena varcata la porta d'ingresso vediamo che la gente che popola il locale non è molto raccomandabile, dietrofront e torniamo al nostro albergo.

La colazione del giorno dopo è a base di latte freddo e cereali al cioccolato, non c'è altro, non c'è nemmeno qualcosa per scaldare il latte.

Oggi però ci rifacciamo della giornata di ieri, si va ad Antelope Canyon.

Abbiamo prenotato la partenza alle ore 11:30 da Page tramite questo sito. Ci sono a disposizione due tour: quello classico e quello per fotografi. Quello per fotografi costa un botto e quindi mi accontento di quello classico che comunque non viene certo regalato. Partire alle 11:30 da Page vuol dire arrivare ad Antelope giusti per le 12:00 in modo da avere il sole a picco, luce pessima per le foto di paesaggio, ma perfetta per questo Canyon.

Antelope si divide in due parti: Upper e Lower. Quella più famosa è Upper Antelope. Antelope Canyon non è altro che un letto prosciugato di un torrente che ha scavato un Canyon non molto profondo, in un punto il Canyon è coperto e solo piccole spaccature nella roccia fanno filtrare la luce del sole formando quell'effetto Spot bellissimo che ha reso Antelope un posto famoso.

La guida ci porta al sito dopo un breve viaggio in 4x4 su letto sabbioso del torrente. Appena entriamo nel Canyon rimaniamo a bocca aperta, le foto non rendono giustizia. Unica nota negativa è il quantitativo spropositato di persone che visitano questo sito, c'è molta confusione, ma le guide ci fanno avanzare a piccoli gruppi in modo da dare la possibilità di fotografare senza avere mille persone in mezzo ai piedi.

La visita dura poco e avendo ancora molto tempo a disposizione andiamo a vedere anche Antelope Lower, un luogo sottovalutato ma di estrema bellezza. Questa volta siamo solo noi tre e la guida che ci abbandona poco dopo essere scesi nel Canyon.

Anche Lower Antelope secondo me merita una visita. Si scende nel Canyon e si avanza in fila indiana in quanto è davvero molto stretto, non è adatto a chi soffre di claustrofobia. Anche stavolta la visita è breve e in un attimo siamo arrivati in fondo al canyon. Risaliamo su per le scale di metallo e percorriamo lo stesso percorso al contrario ma sopra il canyon. La spaccatura che fa filtrare la luce e che corre lungo tutto il canyon è larga al massimo un metro o poco più, è davvero impressionante. Soddisfatti della doppia visita saliamo sullo Chevrolet e andiamo alla Horsehoe Bend. La Horsehoe Bend è un'ansa che crea il Colorado River, la particolarità sta nel paesaggio incredibile che disegna. Ci andiamo al tramonto dopo aver prima attraversato l'altissimo Navajo Bridge che si trova molto vicino all'area di Coyote Buttes, nel Marble Canyon. Torniamo in albergo per la notte, ripensando a quello che avevamo visto in questi due giorni a Page e a quanto eravamo vicini a The Wave. La mattina riempiamo il frigo di polistrolo con il ghiaccio (c'è almeno un distributore del ghiaccio in ogni hotel o motel del West) e proseguiamo il nostro viaggio che pian piano sta arrivando a conclusione, ma per fortuna di cose da vedere ne abbiamo ancora qualcuna.


Una voragine immensa

Arriviamo al Grand Canyon Village a sud del Grand Canyon e alloggiamo al Bright Angel Lodge.

Il posto è davvero molto carino, le stanze sono piccoline ma confortevoli, ma soprattutto sono proprio sul bordo del Grand Canyon. Basta uscire dalla stanza e il paesaggio che si può godere è davvero favoloso. Oggi ci aspetta un bel volo in elicottero sul Grand Canyon. Quando abbiamo consolidato il tour e prenotato gli alberghi ci siamo tolti lo sfizio di prenotare anche il volo in elicottero. La compagnia è la Papillon, ce ne sono due in tutto, questa è quella che offre il tour che secondo noi era più appetibile. Voleremo su un EC130 e l'aeroporto si trova a Tusayan, una piccolissima cittadina a Sud del Village. Così come per il volo fatto su New York City dobbiamo presentarci alla compagnia almeno un'ora prima del volo per farci dare tutte le info a riguardo, presentare i documenti ecc. Il nostro pilota è una donna, una rossa di capelli ed è pure carina. Prendiamo posto nell'abitacolo, infiliamo le cuffie e ci stacchiamo da terra. Mentre sorvoliamo il rado bosco che ci porta fino al South Rim (il lato sud del canyon) la pilota ci spiega come si è formato il Grand Canyon, quant'è il dislivello tra il Rim e il fiume Colorado ecc. Appena stiamo per giungere al Rim e si intravede l'enorme voragine che è il Grand Canyon parte lo show americano: in cuffia ci viene proposta la "Cavalcata delle Valchirie" in perfetto stile Apocalypse Now. Si sono pure studiati i tempi di percorrenza in quanto il motivo principale dell'opera di Wagner esplode prepotentemente quando oltrepassiamo il Rim e ci troviamo improvvisamente sopra la voragine. Le correnti fanno si che l'elicottero cali bruscamente di quota, niente paura, è normale. Purtroppo, con le nuove leggi, non è possibile scendere nel Canyon ma ci limitiamo a sorvolarlo in quota. Il Colorado, visto da oltre 2300 metri, è una minuscola lingua azzurrognola che serpeggia al centro del Canyon. Interessanti sono le conformazioni rocciose come la Sinking Ship e tutti i piccoli altipiani, terra di indiani d'america e motivo di guerre tra tribù.

Il volo non dura tantissimo ma è molto emozionante. Torniamo al Village con dei gran sorrisi stampati in volto, facciamo un giro lungo il Rim e scattiamo molte foto. Dei condor volano maestosi senza fatica alcuna, appollaiandosi di quando in quando su rami di alberi ormai passati a miglior vita.

Come per la Monument Valley vogliamo goderci sia il tramonto che l'alba. Per il tramonto trovo un bellissimo posto dove starò da solo per qualche minuto, immaginandomi di essere l'unico essere umano nel raggio di miglia. Quando finalmente il sole inizia la sua corsa verso l'orizzonte la luce morbida si insinua in tutte le spaccature rocciose rivelandone i dettagli e i colori. Quando il sole è ormai tramontato la temperatura scende velocemente ricordandoci che siamo sempre a 2200 metri sul livello del mare.

L'alba infatti si mostra in tutta la sua bellezza e temperatura. Usciamo dalle camere bardati il più possibile ma c'è davvero un gran freddo. Si passa dai 35° del giorno ai 2° dell'alba, un'escursione termica pazzesca. Prima di lasciare il parco riusciamo a vedere più punti del Rim. Ci sono molti sentieri che scendono nel Canyon e ad ogni inzio dei Trails c'è un cartello che avvisa di portarsi dietro molta acqua. Dal South Rim ci vuole una giornata intera per scendere e risalire. Il dislivello è oltre 1300 metri e nella conca, vicino al Colorado, le temperature salgono quasi fino a cinquanta gradi. Prima di scendere è calorosamente consigliato munirsi di radio fornite gratuitamente dai Rangers. Nella nostra corsa contro il tempo non facciamo ovviamente in tempo a fare un pochino di trekking perchè dobbiamo già ripartire. Per questo viaggio ci vogliono MINIMO due settimane, il doppio sarebbe l'ideale.


Viva Elvis!

Dopo un'interminabile trasferta di diverse ore arriviamo a Vegas, però questa volta da sud, dopo aver attraversato e visitato la famosa Hoover Dam: una maestosa opera d'ingegneria che interrompe le brusche rapide del fiume Colorado per la seconda volta. Quello che rimane del Colorado River dopo la diga è davvero poca cosa.

L'arrivo a Vegas da sud è decisamente più bello che da nord, infatti ci si giunge scavalcando le Black Mountain. Scendedo ci si rende conto che Las Vegas giace in una conca desertica, il verde, che nella città cresce rigoglioso, fuori dai confini non esiste.

Oggi alloggiamo al Bellagio. Abbiamo voluto fare gli sboroni e ci siamo presi una camera altissima con vista sul laghetto, sulle fontane e ovviamente sulla Strip.

La camera è pazzesca, grande, lussuosissima, un bango gigantesco tutto in marmo con una doccia e una vasca incredibili. Il panorama, nemmeno a dirlo, spettacolare. Ci vengono forniti pure un accappatoio morbidissimo a testa e delle ciabatte morbidose in pendant con l'accappatoio appunto. Pregustiamo già la cena al Buffet. L'altra settimana eravamo stati a quello del Treasure Island, che era buonissimo, ma quello del Bellagio dicono essere il migliore di tutti.

Tant'è, arriviamo in zona Buffet e la coda per entrare è lunghissima, non ce la faremo mai a mangiare visto che abbiamo prenotato un posto al teatro del lussuosissimo e nuovissimo Aria Hotel per assistere al Cirque du Soleil: Viva Elvis!

Lo spettacolo ora non c'è più, l'ultima messa in scena è stata il 31 agosto del 2012, al suo posto c'è il nuovo Zarkana. Avremmo tanto voluto vedere "O" al Bellagio, ma per questioni di tempo abbiamo dovuto ripiegare su Viva Elvis. Entrambi i giorni in cui siamo stati a Vegas, "O" era in turno di riposo.

Proviamo il Buffet dell'Aria Hotel, buono, ma ben lontano da quello pazzesco del Treasure Island.

Dopo cena prendiamo posto a teatro. Il teatro è nuovissimo e si vede, è anche molto grande e tecnologicamente avanzatissimo.

Lo spettacolo ha ovviamente come colonna sonora tutte le canzioni del "Re" e le due ore volano in men che non si dica. Unica cosa: consiglio assolutamente di portarvi dietro una maglia o una felpa, insomma, qualcosa per coprirvi. Mentre in strada ci sono quaranta gradi, dentro al teatro ce ne sono forse 19. Due ore di spettacolo bellissimo ma anche di grande freddo che ho patito.

Dopo lo spettacolo andiamo a visitare altri due Hotel, i più nuovi e lussuosi di Las Vegas: "Wynn" ed "Encore at Wynn".

La hall di questi due colossi dell'extralusso sono formidabili, alle spalle della reception sono appese delle opere d'arte che dovrebbero più che altro rimarere in un museo.

Ora i prezzi delle suite sono un pochino scesi, nel 2010 erano inavvicinabili. Attualmente sono i numeri uno di Vegas anche come intrattenimento, negozi e ristoranti.

Prima di andare a dormire è il momento di giocare i nostri 50$ a testa ad un tavolo di Black Jack del Bellagio.

Parto prima io e ho subito un paio di mani sculatissime, sono sopra (ma non di molto e non per molto). Il croupier è un signore navigato sulla cinquantina e mentre sto per puntare mi dice di fermarmi, di prendere il mio tempo e di guardare alle mie spalle: "Stop Sir, take your time and check that girl!"

La mandibola mi è volata letteralmente a terra quando una delle ragazze più belle che abbia visto in vita mia mi passa a fianco. Praticamente la sosia si Scarlett Johannsson, con un vestito da sera meravliglioso. Quando ritorno alla realtà e mi giro verso il banco, il croupier mi fa un gesto che è internazionale: pollice e indice che si sfregano ad indicare: DENARO!

Alla mia domanda: "How much?", mi risponde: "Maybe 5000", io: "pro night?", lui ridendo: "pro hour!!!!". Io: "Oh my God, no no, too much for me!"

Ridiamo tutti, anche la coppia di giovani sposi giapponesi che giocava al nostro tavolo.

La fortuna gira e dilapido il mio capitale di 50$ in meno di mezz'ora. A Steno va peggio, è durato dinque minuti.

La mattina dopo visitiamo l'MGM perchè vogliamo vedere una delle cose che lo ha reso celebre. All'interno della hall c'è una gabbia in plexiglas dove vivono due magnifici leoni tirati a lucido in perfetto stile Hollywoodiano. Ogni ora, degli addetti entrano in questa gabbia gigantesca, fanno giocare i micioni e li sfamano. Come? Lanciando delle polpette di carne macinata sul plexiglas. Le polpette si appiccicano e i leoni con le loro dolci boccucce si avventano sulla carne mostrando le loro bianchissime zanne. Il tutto a meno di 3 centimetri da noi.

Las Vegas va vista almeno una volta nella vita.


La città degli angeli

Arriviamo a Los Angeles dopo il tratto di strada più lungo e noioso di tutto il viaggio.

I bei paesaggi dell'Ariziona e dello Utah sono un lontano ricordo, ora è tutto piatto e brullo. Facciamo solo due soste: la prima alla base aerea di Edwards. Steno voleva vedere gli F-22. Inutile dire che non ci hanno nemmeno fatto avvicinare. Abbiamo passato il primo check-in, dove ci hanno guardato malissimo e ci hanno controllato i documenti, ci hanno detto di fare dietrofront e tornarcene gentilmente da dove eravamo venuti.

La seconda sosta è a Palmdale, sede della Lockheed Martin. Vicino alla sede c'è il museo dell'aviazione dove sono liberamente esposti molti aerei tra cui il famoso SR-71 e l' A-12.

Arrivati a Los Angeles, nord Hollywood per la precisione, avevamo in programma un giro agli Universal Studios. Siamo arrivati troppo tardi, gli studios stavano chiudendo, peccato.

Visto che il programma è saltato andiamo a fare un giretto per Los Angeles. Lo dico come se fosse la stessa cosa di fare un giretto per il centro di Bolzano ma ovviamente è tutt'altra cosa.

Scendendo da Nord Hollywood vediamo quel mostro urbano che è Los Angeles, una città lunga più di cento chilometri e larga quaranta. Vediamo in ordine: Hollywood, Sunset Boulevard, Beverly Hills con Rodeo Drive e Bel Air. Il lusso sfrenato fa a pugni con l'estrema povertà del restante 99% della città. Una città logorata dalla malavita e dalle Gang che quotidianamente si uccidono per le strade per il dominio di un isolato. Arriviamo fino a Venice Beach, dove han girato molti episodi di Baywatch. E' tutto come nel telefilm: spiaggiona enorme con una torretta dei guardiaspiaggia ogni tre o quattrocento metri. Ragazzi che se ne vanno in bici, con lo skate o con i rollerblade. Gruppi di writers sono intenti a disegnare splendidi graffiti con le loro bombolette nelle apposite aree. Ci sono palestre a cielo aperto e tanti negozi di articoli sportivi. Immergiamo i nostri piedi nell'oceano Pacifico. E' nero e freddissimo. Gli unici bagnanti sono dei surfisti con tanto di muta che tentano evoluzioni destreggiandosi più o meno bene sulle loro tavole.

Si avvicina il tramonto e prima di tornare al nostro albergo vogliamo dare un'occhiata alla strada per l'aeroporto. La viabilità di Los Angeles è tremenda, basta uno svincolo sbagliato per trovarsi chissà dove. Tra le altre cose, è l'unica città che fa impazzire il navigatore, il numero di corsie e svincoli è talmente elevato che pure il TomTom fatica a portarci nei posti giusti.

Come ultima cena negli States andiamo al McDonald's vicino all'Hilton nella Universal City a North Hollywood, ultimo nostro albergo. E' incredibile come tutti parlino spagnolo e quasi nessuno inglese.

Per ordinare un Hamburger ho dovuto farlo in dialetto veneto visto che l'inglese non lo capivano. Stessa sorte in hotel, quando han visto che eravamo italiani ci han preso in giro per l'eliminazione dal mondiale di calcio in Sud Africa, ovviamente lo han fatto in spagnolo, eran tutti messicani quelli che lavoravano all'Hilton.

Così trascorre la nostra ultima notte negli Stati Uniti.

L'indomani dobbiamo riconsegnare la vettura alla Hertz vicino all'aeroporto. Mentre percorriamo la strada che ci immette in una arteria principale di Los Angeles noto un edificio che conosco, non ci credo, siamo a pochi passi dalla Vivid Entertainment. Per chi non sapesse cosa è la Vivid... beh... fatevi un giretto.

E' la più grande casa cinemantografica di film per adulti. E' famosa per le sue Vivid Girls, le più belle pornostar al mondo. In Italia la conosciamo più che altro per la serie televisiva/reality che han mandato su SKY.

Ovviamente ci fermiamo, foto di rito e ripartiamo. Peccato che nessuna Vivid Girl passasse di lì in quel momento.

A malincuore riconsegnamo lo Chevrolet Traverse che ci ha accompagnato per più di 5800 miglia (quasi 9300 chilometri). Lasciamo dentro anche il frighetto di polistirolo dopo averlo svuotato.

Prendiamo la navetta che ci porta al LAX, ormai il nostro viaggio è finito e mentre mangiamo un panino all'aeroporto, sugli schermi, danno la partita dell'Olanda, che perderà.

Ad averlo saputo prima, avremmo evitato Los Angeles che ha davvero poco da offrire dal punto di vista turistico. Poco male, abbiamo visto anche questa.

Il volo di ritorno per me è estenuante, sono seduto vicino ad una robustissima signora messicana che va a Düsseldorf per trovare la figlia. La signora è gentile e cortese, ma occupa tragicamente anche metà del mio posto. Mi faccio undici ore schiacciato come una sardina, non riesco a chiudere occhio. Arriviamo a Düsseldorf dove ci attendono cinque ore di attesa per la coincidenza con Milano. Sono talmente stanco che mi addormento su una panca di legno con le gambe sulla valigia. Finalmente saliamo sul volo per Milano. Quando atterriamo a Malpensa sono devastato dalla stanchezza e ci manca ancora il viaggio di ritorno in macchina.

Purtroppo tengo compagnia Steno solo per un'oretta e poi cedo al sonno.

Torno a casa stanchissimo, distrutto dal viaggio ma felice.

Abbiamo visto posti che non dimenticheremo mai, un'esperienza che consiglio a chiunque.

La varietà di cose che offre il West è incredibile, pianificare questo viaggio non è difficile, si fa tutto via internet risparmiando anche qualche cosa. Noi ad esempio abbiamo risparmiato su alcuni hotel in modo da poter fare altre cose: giro in elicottero sul Grand Canyon, alloggio al Bellagio, biglietti per il Cirque du Soleil ecc.

Non saprei dire cosa mi è piaciuto di più in questo viaggio, tante sono le cose che mi sono rimaste impresse, ecco si, forse l'alba alla Monument Valley è quella che mi ha colpito in particolar modo. Unica cosa che quasi sicuramente non rivedrei è Los Angeles, una città davvero brutta. Sarà che è stata l'ultima dopo la romantica e malinconica San Francisco e l'eccessiva Las Vegas, ma davvero non mi è piaciuta granchè. Il resto lo rivedrei tutto e rifarei tutto quello che ho fatto, anche domani, peccato che il mondo è grande, il tempo è poco e io ho ancora tante cose da vedere.

Nel rispetto della direttiva 2009/136/CE ti informiamo che questo sito utilizza cookie propri tecnici e di terze parti per consentirti una migliore navigazione ed un corretto funzionamento delle pagine web.
Se proseguo nella navigazione, cliccando su un qualunque elemento posto all’esterno di questo banner, acconsento all’installazione dei cookies.

 

This site uses cookies. By continuing to browse the site, you are agreeing to our use of cookies.